Economia

L’Abenomics zoppa

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Shinzo Abe sarà a Pechino il prossimo 23 ottobre. Fonti diplomatiche a Pechino hanno confermato la notizia, che era già uscita sulla stampa asiatica. Sul tavolo imbandito della capitale della Repubblica Popolare ci saranno, in primo luogo, le questioni commerciali. Il Giappone condivide con la Cina le fortissime preoccupazioni per le guerre commerciali dell’amministrazione Trump contro le economie manifatturiere più forti. Per ridurre i danni delle iniziative neo-protezionistiche dell’amministrazione Usa e per rilanciare la prospettiva di un nuovo ordine economico mondiale aperto e fondato sul libero commercio, Giappone e Cina potrebbero decidere di dare l’impulso decisivo ai negoziati per l’RCEP, la ‘Partnership economica regionale’ pan-asiatica. Quello di Pechino fra Cina e Giappone è un appuntamento importante, economicamente, ma anche politicamente. RCEP, TPP (il Trattato Transpacifico, a cui Trump ha dato forfait), JEFTA (l’Accordo di libero scambio euro-nipponico, che è stato recentemente siglato): sono tanti i trattati commerciali che vedono Tokyo come protagonista importante. Il Giappone ha un fortissimo interesse ad aprire ulteriormente la propria economia e a tenere in piena attività l’intera economia globale. Sembra proprio che questo sia l’obbiettivo, economico, politico e strategico fondamentale del governo Abe. Proprio nei giorni scorsi, il 20 settembre, Shinzo Abe è stato riconfermato per un terzo mandato alla presidenza del Partito liberal-democratico, il ‘suo’ partito conservatore, e quindi come primo ministro del Sol levante. In questa veste riconfermata dalle primarie liberal-democratiche, Shinzo Abe si presenterà a Pechino al vertice con l’altro leader asiatico forte, il Presidente cinese Xi Jinping.

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Il sistema elettorale del Giappone e l’Abenomics

Ma per capire un po’ di più questo fortissimo orientamento di Abe a favore di trattati economici e libero commercio, è indispensabile andare in giro per le isole dell’Impero giapponese. I cittadini delle regioni, e dei distretti rurali, contano di più, due volte di più, dei cittadini delle aree urbane. Insomma i fedeli sudditi dell’Impero della ‘Grande Tokyo’ eleggono molto meno rappresentanti parlamentari dei concittadini delle campagne. La questione è da tempo dibattuta nel mondo politico nipponico: si tratta della suddivisione dei seggi della Dieta giapponese, il Parlamento di Tokyo composto da due rami, la Camera alta o Camera dei consiglieri, e la Camera bassa o Camera dei Rappresentanti. I distretti rurali contano molto di più in termini di rappresentanti eletti rispetto ai distretti urbani. La faccenda è talmente seria che la Corte Suprema del Giappone, nel 2011 ha rilevato una situazione di dubbia costituzionalità del sistema elettorale dell’Impero. I giapponesi sono gente seria e precisa. Le istituzioni politiche di Tokyo si misero immediatamente al lavoro per risolvere questo problema. Un comitato di esperti, nel 2016, ha proposto una riforma elettorale con l’adozione di un diverso modo di calcolo della distribuzione dei seggi, il cd ‘metodo Quincy’. Ma l’adozione del nuovo metodo elettorale non è immediata: quando si tratta di riforme elettorali tutto il mondo è paese. Per dare corso alla riforma bisognerà aspettare il nuovo censimento nazionale che dovrebbe essere previsto per il 2020. A quel punto, dopo due anni ulteriori, il Parlamento giapponese potrebbe, (visti i tempi il condizionale è obbligatorio), avere un diverso metodo di calcolo elettorale all’opera. Come si può comprendere con facilità, tutto questo ha fortissime conseguenze per il sistema politico ed economico della terza economia capitalistica mondiale. E qui arriviamo all’Abenomics, la fortunata formula economica che il premier conservatore Shinzo Abe ha portato all’onore delle cronache politiche ed economiche all’inizio del suo secondo mandato, nel 2012.

shinzo abe 23 ottobre cina 1

L’Abenomics zoppa

L’Abenomics, all’inizio, constava di tre pilastri, tutti e tre fondamentali è bene sottolineare: una politica monetaria fortemente espansiva, una politica di forte stimolo fiscale, ed infine le ‘riforme strutturali’. Insomma era ed è un mix, almeno teoricamente, di reflazione Keynesiana, spesa governativa e strategie di sviluppo sul lato dell’offerta. La ragione dell’Abenomics è ben nota e ha un nome semplicissimo: deflazione. La lunga deflazione ha colpito il Giappone dal 1991 ed è stata seguita dagli effetti della Grande crisi economica mondiale del 2008. Il passaggio chiave per implementare questo nuovo approccio economico fu la nomina di Haruhiko Kuroda al vertice della Banca centrale, la Bank of Japan, il 20 marzo del 2013. Da quel momento, la BOJ ha dichiarato una guerra senza quartiere alla deflazione, fissando un obbiettivo di inflazione da raggiungere del 2 per cento e attivando un gigantesco programma di di acquisto di bond pubblici giapponesi. Dal 4 aprile 2013, ogni anno, la BOJ acquista 60-70 trilioni di yen in titoli pubblici; dal 31 ottobre 2014, il programma è stato ulteriormente ampliato a qualcosa come 80 trilioni di yen all’anno. Insomma la prima freccia dell’Abenomics, la politica monetaria espansiva, è stata ampiamente messa al lavoro: come la seconda freccia, quella dello stimolo fiscale fu messa subito al lavoro, con un pacchetto di bilancio di 10 trilioni e rotti di yen. Il risultato, oltre le conseguenze sulla crescita, è stato il balzo in avanti del debito pubblico del Sol levante, il più grande del pianeta. Un debito che è andato dal 238 per cento del PIL del 2012, al 253 per cento del PIl del 2017. Appunto il più grosso debito statale del mondo. Naturalmente ci sono diverse valutazioni e giudizi sugli effetti dell’Abenomics. Ma il punto chiave che spesso viene dimenticato è quello del ‘terzo pilastro’ dell’approccio economico di Shinzo Abe, quello delle ‘riforme strutturali’: le misure per aumentare la produttività, la competitività, l’apertura dell’economia nipponico.

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Il Giappone ha un settore manifatturiero poderoso, e ciò è abbastanza noto: ma ha anche interi settori economici afflitti da poca concorrenza e pessima competitività. Tra questi l’agricoltura, ma anche l’edilizia, l’immobiliare, l’elettricità e il gas, la finanza e le assicurazioni, il commercio all’ingrosso e al dettaglio. E poi vi è un difetto strutturale gravissimo per l’economia giapponese: il Giappone è un paese che invecchia moltissimo. Per ‘ovviare’ a questo problema, a parte l’immigrazione, un processo molto poco gradito ai giapponesi, non c’è che l’aumento della partecipazione femminile alla forza lavoro. Insomma il ‘terzo pilastro’ dell’Abenomics era quello delle ‘riforme strutturali’, dalle liberalizzazioni dei settori poco competitivi alle politiche sociali per favorire il lavoro delle donne. In questi ambiti, il risultato è stato molto deludente: con la conseguenza che l’Abenomics ha riavviato l’economia, ma senza l’aumento di produttività che sarebbe stato indispensabile per un sentiero di crescita valido. Un settore che abbisogna fortemente di riforme, come abbiamo accennato, è quello agricolo, dominato da cooperative e piccoli appezzamenti di proprietà: ma proprio il forte potere dei distretti rurali nel sistema elettorale e politico giapponese, fa in modo di bloccare le riforme di liberalizzazione per il settore agricolo, ed anche ovviamente per l’intera economia. Insomma, da una parte, Shinzo Abe vuole fare le indispensabili riforme strutturali da affiancare alle politiche monetarie e fiscale espansive; ma, dall’altra parte, Abe deve vedersela con il potere fortissimo del mondo rurale, base sociale ed elettorale indispensabile per il suo partito politico. E’ una bella contraddizione, dalla quale il premier conservatore di Tokyo vuole uscire proprio con quei trattati commerciali, TPP, JEFTA e in futuro RCEP, che ‘impongano’ al Sol levante un ‘vincolo esterno’ sufficientemente forte a favore dei cambiamenti strutturali. Ecco allora spiegata, anche per forti ragioni di politica interna, la crociata di Shinzo Abe per i Trattati economici di libero commercio. Senza quei Trattati internazionali, per Abe, è difficilissimo andare avanti con le riforme strutturali interne, che pur sono parte costitutiva dalla sua Abenomics. Ma senza le riforme strutturali non solo l’economia giapponese rimane anchilosata, ma Shinzo Abe non riesce ad avere dietro di sè un paese robusto. Economicamente e politicamente. Non si deve mai dimenticare che l’Abenomics ricorda la Restaurazione Meji, ed ha un obbiettivo strategico, ‘il rafforzamento nazionale’. Insomma, paradossalmente, il 23 ottobre prossimo, Shinzo Abe andrà a Pechino, e cercherà intese con Xi Jinping, per avere un Giappone in grado di affrontare senza timori l’ascesa impetuosa del paese di Xi, la Repubblica Popolare. La cosa ancora più interessante è che anche Xi Jinping ha un problema simile: la leadership cinese sa perfettamente che deve riformare profondamente le aziende di stato. Anche in questo caso, un ‘vincolo esterno’ correttamente posto, potrebbe aiutare non poco lo sviluppo capitalistico della Repubblica Popolare. Davvero i paradossi sono tanti sotto i cieli d’Oriente!

(foto da Instagram)

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