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Zangrillo e l'emergenza Coronavirus finita da due mesi

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alberto zangrillo andrea crisanti

“Sono convinto che gli italiani siano un popolo esemplare nell’esercizio della responsabilità. Noi siamo stati la culla della civiltà e quindi siamo geneticamente predisposti al bene comune. Il bene comune oggi è buon senso: norme igieniche, non uscire di casa se si ha la febbre, coinvolgere il proprio medico per ogni dubbio, rispettare le norme di sicurezza indicate. Evocare l’emergenza porta al panico e alla morte sociale. Pretendere il rispetto di regole giuste aumenta il senso di responsabilità di ognuno di noi”. A dirlo è Alberto Zangrillo, primario dell’ospedale San Raffaele di Milano in un’intervista a Il Tempo.

Zangrillo e l’emergenza finita da due mesi

“I cittadini hanno bisogno di verità: se dichiarare pubblicamente che il virus in Italia non produce gli stessi problemi di tre mesi fa – spiega il medico ricordando le polemiche dopo le sue prime dichiarazioni sulla fine dell’emergenza – equivale ad essere ritenuto irresponsabile, mi assumo volentieri questa responsabilità soprattutto perché è condivisa dai circa 400 medici ed infermieri che hanno lavorato e lavorano al mio fianco dal 21 febbraio, un importante contributo ad un dibattito scientifico costruttivo e non di parte. Insieme abbiamo affrontato il dramma della morte ogni giorno e nessuno di loro il 1 giugno mi ha chiamato per chiedermi se ero diventato pazzo”.

coronavirus bollettino regione lombardia 1

Oggi, conclude, “il quadro clinico del grande malato Italia è nelle mani del Comitato tecnico scientifico, formato da illustri colleghi con cui non voglio entrare in conflitto. Ho riconosciuto a loro il grande merito di aver suggerito in tempi esatti un doloroso ma necessario lockdown. Ora vorrei che le loro indicazioni tenessero in maggior considerazione le evidenze cliniche attuali. In questo momento storico c’è bisogno di condivisione, coraggio e lucida visione di un quadro globale. Oggi la mia più grande preoccupazione in campo sanitario è riprendere a curare quei malati che, per colpa di Sars-Cov-2, trascuriamo da almeno 5 mesi”. Ma Zangrillo firma anche affermazioni curiose, come questa: “È un mese che in Lombardia non si muore più di Covid” ed “evocare l’emergenza porta al panico e alla morte sociale”. Come sappiamo guardando i bollettini, in Lombardia invece e purtroppo di Covid si continua a morire: il bollettino riportava 16428 decessi il 13 giugno. Ieri i decessi nella regione ammontavano a 16757. Sono 329 morti in più. Non è giusto dimenticarli.

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