Economia

Veneto Banca: nell'inferno delle operazioni "baciate"

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Nasce da un’ispezione effettuata da Banca d’Italia nel 2013 l’indagine della Procura di Roma su alcune operazioni (cosiddette ‘baciate’) attraverso le quali Veneto Banca finanziava importanti clienti affinché gli stessi acquistassero azioni dell’istituto di credito, e che oggi ha portato all’arresto di Vincenzo Consoli (l’ex A.D. e direttore generale della banca, nel frattempo ai domiciliari), alla notifica di quattordici avvisi di garanzia (tra questi c’è l’ex presidente Flavio Trinca) e al sequestro di 1,8 milioni di euro. Palazzo Koch inviduò una serie di criticità soprattutto in riferimento a una falsa rappresentazione del patrimonio di vigilanza di Veneto Banca, ovvero di quel valore che indica lo stato di salute finanziario di un istituto di credito. Due anni dopo, contestualmente all’aumento di capitale di Veneto Banca, tocca alla Consob, nell’ambito di sua competenza (la determinazione del valore delle azioni), svolgere i dovuti accertamenti.

Veneto Banca: nell’inferno delle operazioni “baciate”

Le verifiche poi svolte dalla Guardia di Finanza (il nucleo di polizia valutaria di Roma e quello di polizia tributaria di Venezia) su delega dell’aggiunto Rodolfo Sabelli e dei pm Stefano Pesci e Maria Sabina Calabretta, le intercettazioni telefoniche e di mail e le dichiarazioni rese da alcuni protagonisti della vicenda hanno fornito alla Procura “un quadro di gravi indizi” che il gip ha condiviso firmando gli arresti domiciliari per Vincenzo Consoli, ex amministratore delegato e direttore generale di Veneto Banca, per i reati di ostacolo all’esercizio delle funzioni delle Autorità pubbliche di vigilanza e aggiotaggio. Il sequestro ha colpito asset per un ammontare complessivo di 45,425 milioni di euro. A carico di Consoli sono stati sequestrati un immobile del valore stimato di 1,8 milioni di euro, oltre a liquidità e titoli. La Procura ha delegato al Nucleo Speciale di Polizia Valutaria e al Nucleo di Polizia Tributaria di Venezia una serie di accertamenti su condotte di ostacolo che sarebbero state messe in atto per impedire attività di Bankitalia e Consob. In particolare sono contestate una serie di operazioni (“baciate”) in virtù delle quali era la stessa Banca a finanziare importanti clienti perché gli stessi acquistassero azioni del medesimo istituto di credito. Un meccanismo per cui in realtà il cliente “finanziato” deteneva titoli di Veneto Banca per conto della stessa. A volte, secondo gli inquirenti, ciò sarebbe avvenuto anche mediante l'”arruolamento” di compiacenti investitori, disponibili ad intestarsi temporaneamente ingenti quote di obbligazioni subordinate, sollevando la Banca dall’onere di detrarne il controvalore dal patrimonio di vigilanza, come invece prescritto dalla Banca d’Italia. Anche in tali casi si trattava, secondo l’acusa, di “parcheggi” temporanei di titoli che, in realtà, rientravano nella titolarità dell’emittente Veneto Banca. Il tutto sarebbe stato accompagnato dalla concessione di finanziamenti a soggetti in difficoltà economiche, in stato di decozione o comunque non in grado di restituire le somme ricevute, senza un’adeguata verifica della capacità di rimborso da parte dei richiedenti, “all’insegna di un diffuso e sostanziale disinteresse del merito creditizio”, sostengono gli investigatori.

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Vincenzo Consoli, ex A.D. di Veneto Banca

La storia di Veneto Banca

Con questo sistema – è la testi di chi indaga – si offriva all’esterno l’immagine di una solidità patrimoniale dell’istituto ben maggiore di quella effettiva, e si ingannava la platea dei risparmiatori e gli altri azionisti, rafforzando cosi’ – secondo la ricostruzione, in modo fraudolento – l’immagine della banca e la fiducia nel management. Inoltre, secondo gli elementi acquisiti, mediante queste operazioni i vertici di Veneto banca potevano falsamente rappresentare agli organi di vigilanza, ossia Bankitzalia e Conson, una consistenza patrimoniale superiore al reale, cosi’ da rientrare nei parametri di sicurezza che la legge esige per gli istituti bancari. Infine, la creazione di questa situazione di patrimonio “virtuale” avrebbe consentito di fissare il sovrapprezzo delle azioni su valori assai elevati rispetto allo stato dell’azienda. Ma come si è arrivati a questo? Nata ufficialmente nel 2000 dopo l’acquisizione della Bcc del Piave e del Livenza in quella che dal 1996 si chiamava Banca Popolare di Asolo e Montebelluna (a sua volta sorta dalla fusione della Banca Popolare di Montebelluna, fondata nella seconda metà dell’800, e la Banca Popolare di Asolo), Veneto Banca aveva dato origine ad una lunga serie di acquisizioni in Italia e all’estero sotto la guida del presidente, Flavio Trinca, e del vero regista del processo, l’amministratore delegato Vincenzo Consoli. Il risiko la portò ad acquisire la Banca di Bergamo, la Banca del Garda ed Eximbank (Repubblica Moldava) e la Gospodarsko Kreditna Banka in Croazia. Aveva acquisito anche il controllo di Banca Intermobiliare. Nel 2014 i primi giudizi di Bankitalia sulla gestione opaca dell’istituto, che avevano dapprimo portato alla defenestrazione di Trinca (al suo posto Francesco Favoto) e poi alla retrocessione di Consoli, diventato nel frattempo direttore generale. A dicembre erano arrivati l’aumento di capitale da un miliardo, lo sbarco a piazza Affari e la conversione in SPA. Complessivamente Veneto Banca ha “bruciato” qualcosa come 3,6 miliardi di euro di capitalizzazione tra il 18 aprile (data dell’assemblea che ha dato la prima sforbiciata pesante al valore delle azioni, da 39,50 a 30,50 euro) e il 2 dicembre del 2015 (quando è stato fissato a 7,30 euro il valore del diritto di recesso, in attesa del valore reale post quotazione in Borsa).

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La mappa delle tredici banche in crisi in Veneto (Corriere della Sera, 23 maggio 2016)

L’arresto di Vincenzo Consoli

La notizia dell’intervento della magistratura nei confronti degli ex amministratori di Veneto Banca, con l’ordinanza di custodia cautelare nei confronti dell’ex amministratore delegato, Vincenzo Consoli, “è motivo non di consolazione ma di speranza” per le “migliaia di persone che stanno piangendo”, dice don Enrico Torta, coordinatore di varie associazioni di risparmiatori e piccoli azionisti che hanno perso gran parte delle loro sostanze a causa delle perdite di valore dei titoli di Veneto Banca e della Banca Popolare di Vicenza. “Se una persona viene arrestata non gioisco perché è comunque un mio fratello – aggiunge il sacerdote – ma è doveroso sapere che fine hanno fatto quei soldi perduti. La magistratura ha gli strumenti per poterlo fare e dunque guardiamo con speranza a questa iniziativa”. Del tutto opposta la reazione di Giovanni Schiavon, vice presidente dell’istituto e fondatore dell’Associazione degli Azionisti di Veneto Banca, oltre che ex presidente del Tribunale di Treviso: “Ho appreso la notizia dell’arresto dell’ex amministratore delegato di Veneto Banca, Vincenzo Consoli, e sono meravigliato per la tempistica. Arrestare una persona in via preventiva è sempre grave ma farlo dopo un anno, quando evidentemente non c’è più pericolo di fuga, di inquinamento delle prove o di reiterazione del reato, è qualcosa che non capisco”. Per Schiavon, inoltre, il secondo aspetto macroscopico è che “mentre per Veneto Banca procede la Procura della Repubblica di Roma e scattano gli arresti, per la Banca Popolare di Vicenza la competenza è rimasta a Vicenza e, nonostante la maggiore gravità del quadro di quella Banca, verso gli ex amministratori non succede nulla del genere”. “Giovanni Zonin, ex presidente, si è disfatto nel frattempo di tutti i suoi beni – conclude – e questo di per sé mi pare una coda di paglia non indifferente”.