Economia

Un'altra crisi dell'euro è possibile

renzi merkel 2

L’Europa che si avvia alla ripresa è diversa da quella caduta in recessione? No, anzi per Nomisma questa Europa «è tanto squilibrata al suo interno quanto quella di quattro anni fa». Per questo, spiega Repubblica in un articolo a firma di Valentina Conte che illustra l’analisi dell’istituto bolognese, un’altra crisi dell’euro è ancora possibile, e se la Germania ostacola il quantitative easing e non surriscalda i prezzi, rischia di instillare il rischio di riaprire le falle di credibilità nella moneta unica.

Lo scenario di Nomisma, che sarà diffuso quest’oggi dalla società di studi economici bolognese, non è confortante. È l’analisi degli anni pre-crisi e del “periodo dell’aggiustamento”(2009-2014) in cui i paesi indebitati (Italia, Francia, Spagna,Portogallo e Grecia) hanno provato a rincorrere il modello tedesco. Senza però riuscirvi, visto che la Germania portava l’asticella sempre più in alto, come il bersaglio mobile dei videogame. E a prezzo di enormi sacrifici della popolazione, dunque «recessione, ampliamento della disoccupazione, azzeramento delle inflazioni ,contenimento delle dinamiche dei costi unitari di produzione». E cioè abbassamento dei salari. «Faticosi processi di svalutazione interna, questi, in gran parte vanificati dal fatto che il benchmark tedesco ha continuato a muoversi in senso opposto alle necessità del riequilibrio europeo, svalutando ancora», spiega Sergio De Nardis,capo economista di Nomisma.

Non essendo più possibile la svalutazione del cambio come negli anni ’90, ora con la moneta unica il solo meccanismo a disposizione dei paesi europei per rosicchiare competitività ai vicini di frontiera – nell’ambito di un modello di crescita guidato dalle esportazioni – è la svalutazione interna all’Eurozona. Che si traduce di fatto in una riduzione del costo del lavoro. Grecia, Portogallo, Spagna e Italia l’hanno fatto. Le prime tre in dosi anche massicce (-10%, -6%, -4%), l’Italia dell’1,8%. Ma la Germania nel frattempo non è stata ferma ed anziché aumentare le buste paga, vista la piena occupazione, le ha ridotte ancora e ancora (-2,5%). Risultato: gli squilibri permangono e gli sforzi fatti sin qui dagli altri paesi indebitati non solo sono stati inutili, ma non si sono tradotti in maggiore competitività (per centrare questo obiettivo il costo del lavoro doveva scendere addirittura del 20% in Grecia, del 9% in Spagna, del 7% in Italia, del 6 in Portogallo e del 5 in Francia).

Spiega De Nardis che è indispensabile adesso che il QE abbia successo e che la Germania accetti un’inflazione al 3% entro i suoi confini. E quindi Draghi dovrebbe resistere, secondo l’analisi di Nomisma, alle richieste della Merkel di chiudere il Quantitative Easing, non appena arriveranno.

crisi euro possibile
Prduttività e prezzi, ricerca di Nomisma (Repubblica, 13 marzo 2015)