Economia

Spread e target 2: i pericoli per il dopo-referendum

L’editoriale di Massimo Giannini su Repubblica di oggi focalizza l’attenzione su due problematiche che Bankitalia sta guardando con attenzione per il dopo-referendum Palazzo Koch prova a tessere una «rete di sicurezza» intorno al Paese, per dimostrare ai mercati che comunque vada il voto l’Italia non finirà nel caos, e non abbandonerà il sentiero delle riforme. Ma ci sono due focolai di tensione:

I focolai di «tensione» non mancano. Il primo si chiama spread. Venerdì ha chiuso a quota 172 sui Bund tedeschi. Il rendimento dei Btp ha superato il 2%, soglia mai raggiunta da luglio 2015. La sensazione è che a far crescere il differenziale non sia tanto il “fattore Donald” (cioè la lezione americana di un “alieno” alla Casa Bianca), quanto il “fattore Matteo” (cioè il referendum sullo “young pop” di Palazzo Chigi). La conferma indiretta viene da un altro indicatore, in crescita già da prima del voto Usa: i Credit Default Swap, vale a dire le polizze assicurative che coprono dal rischio di default del “titolo sottostante”. I Cds sui Btp italiani sono saliti a quota 220 punti, contro i 123 della Spagna e i 42 della Germania.

spread referendum
Il referendum e lo spread (Corriere della Sera, 2 novembre 2016)

Anche in questi giorni le tensioni hanno spinto in alto i rendimenti: quelli dei BTp decennali hanno superato il 2%, ai massimi da luglio 2015, lo spread con i Bund è andato oltre quota 170, che non si vedeva da agosto 2014.

Il secondo focolaio si chiama “Target 2”, e registra il saldo tra le entrate e le uscite dei flussi finanziari nell’Eurozona. A settembre l’Italia è in rosso per 354 miliardi, quasi 135 miliardi in più del 2014. Il deflusso non si deve solo al fatto che gli investitori esteri comprano meno “bond tricolore” di quanti ne vendano (da agosto questo saldo per noi è negativo per 10 miliardi al mese). Ma anche al fatto che gli stessi operatori di casa nostra vendono più titoli di Stato italiani di quanti ne acquistino (saldo negativo di 31 miliardi per i fondi di investimento e di 15 miliardi per le famiglie), e che facciano l’esatto contrario con i titoli esteri (questo saldo è positivo di 31 miliardi solo per le nostre banche). Dunque, c’è una chiara tendenza alla fuga di capitali dal Belpaese.

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