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Report e la “zona grigia”: cosa non è stato fatto per evitare il disastro di Bergamo

A Bergamo o si produce o si muore. Soprattutto negli ospizi. Il percorso della catastrofe sanitaria a partire dai casi di Coronavirus all’ospedale di Alzano Lombardo per arrivare nelle case di riposo: “Tutte le RSA avevano deciso di chiudere, poi la Regione Lombardia “consiglia” vivamente di tenere aperto per no seminare panico. Ma non arrivano né mascherine né tamponi, tanto che ad ammalarsi sono anche parenti e personale sanitario, io in un giorno ho avuto 102 addetti in malattia, un terzo di tutto il personale”

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I dati ufficiali sui decessi da Coronavirus? Andrebbero moltiplicati per dieci, dodici volte. Parola di Claudio Cancelli, sindaco di Nembro, il paese della Bergamasca che ha il più alto tasso di contagiati in Europa. Pronunciate davanti alle telecamere della trasmissione Report di Raitre che ieri sera ha mandato in onda un servizio sulla “zona grigia”, termine col quale si è soliti indicare quelle situazioni in cui la commistione di interessi influenza la scelte della politica senza esporsi in prima linea, che ha portato la provincia di Bergamo, la Val Seriana, in particolare, ad essere la zona d’Italia più colpita dalla diffusione del Covid-19.

Report e il Coronavirus in Lombardia

La trasmissione di Sigfrido Ranucci ha ricostruito, nel suo stile di sempre, con testimonianze inedite, quello che è successo a Nembro, Alzano Lombardo, nella stessa Bergamo, dove, ad influire su scelte sbagliate di cui si paga ancora oggi il prezzo in termini di vite umane, sono stati gli errori della politica regionale e la pressione esercitata dagli industriali, che si sono opposti, fino a quando hanno potuto, alla dichiarazione di zona rossa per la Val Seriana per poter continuare la produzione negli stabilimenti di una delle aree più industrializzate del Paese. Tanto che il 28 febbraio, l’associazione di categoria, invita i propri iscritti a utilizzare i propri canali social per infondere ottimismo all’insegna dell’hashtag “Yeswework”, per tranquillizzare gli investitori stranieri e diffonde un video che trasuda ottimismo.

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Nella stessa data, il presidente locale di Confindustria Marco Bonometti, intervistato per radio su un canale Rai, dice che “la gente può tornare a vivere come prima”. Peccato che a smentirlo siano i contagi, passati in una settimana dai primi due registrati ad Alzano Lombardo, a 220. E che ad oggi, nella provincia di Bergamo, i positivi si stiano avvicinando a quota diecimila, tanto che oggi gli stessi industriali ammettano: “quel video è stato un errore”.

Coronavirus: il disastro di Bergamo e la Regione Lombardia

Ma perché Bergamo e la sua provincia sono così flagellate dalla pandemia? Cosa è accaduto? E soprattutto cosa non è successo per evitare il disastro. Sempre Report ha ricostruito il percorso della catastrofe sanitaria partendo da dove si sono registrati i primi due casi di Coronavirus, l’ospedale di Alzano Lombardo. Era il 23 febbraio scorso, poche ore prima a Codogno una anestesista del pronto soccorso dell’ospedale locale aveva individuato nel 38 Mattia il “paziente 1”. Nel pronto soccorso dell’ospedale bergamasco, invece, l’attività è proseguita senza che nulla fosse fatto, secondo quanto dichiarato a Report da un infermiere che vi presta servizio, senza cioè che venissero suddivise “zone sporche e zone pulite”. Quarantotto ore di ritardo che si aggiungono al fatto che una paziente positiva al Coronavirus viene mandata in reparto. A raccontare la storia il figlio della signora deceduta, Francesco Zambonelli, che al programma di Raitre ha raccontato: “Mia madre si era recata in ospedale per uno scompenso cardiaco, ma durante gli altri ricoveri non aveva mai avuto febbre, invece questa volta ha avuto anche crisi respiratoria e dopo due giorni di agonia è morta”. Sempre l’infermiere del pronto soccorso di Alzano: “Ci sono stati così pazienti che sono stati gestiti senza la consapevolezza di quello che stava succedendo”. In altre parole, per giorni è stata prolungata la promiscuità, che è da sempre la migliore alleata del virus, con accessi al pronto soccorso di persone che magari vi si recavano per altre patologie e venivano a contatto con contagiati (consapevoli o meno).

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Il virus nella Bergamasca è stato poi favorito dalla mancata realizzazione della zona rossa. Per Andrea Agazzi, segretario dei metalmeccanici della Fiom Cgil di Bergamo, “Confindustria sicuramente ha giocato la sua partita”. E una conferma arriva anche da Camillo Bertocchi, sindaco di Alzano: “Sono stato sommerso di telefonate per questa cosa”. La “cosa” era la dichiarazione di zona rossa che la Val Seriana si aspettava ma che non è mai arrivata perché confluita nell’arancione attribuito a tutta la Lombardia l’8 marzo. Dall’altro capo del telefono, e non solo con Bertocchi, ma anche con gli altri sindaci, compreso quello del capoluogo Giorgio Gori, spesso c’erano amministratori dei più grandi complessi industriali della zona, a partire da Piero Persico, titolare dell’omonima azienda, leader nella produzione di natanti (nei suoi cantieri nasce “Luna Rossa”). Ma nella zona insistono altri colossi, come la Brembo, 2,6 miliardi di euro di fatturato, che ha relazioni molto intense con la Cina, la Tenrais e la Abb. Per non parlare della miriade di piccole e medie aziende. Molte hanno perfino cambiato il codice Ateco (quello attribuito dalle Agenzie delle entrate ad ogni settore merceologico) per provare a rientrare tra quelle ritenute essenziali e quindi non interrompere la produzione.

La strage di anziani nelle case di riposo in Lombardia

A Bergamo quindi, per gli industriali, o si produce o si muore. Fuori dal perimetro delle zone industriali, intanto, si muore soltanto, Soprattutto nelle residenze sanitarie assistite. Per Melania Cappuccio direttrice sanitaria di Casa Serena, gli ospiti delle usa bergamasche decedute a causa del Coronavirus sono almeno 500, il 10 per cento del totale delle 65 residenze. Ma in Lombardia è strage di anziani anche a Milano, al Pio Albergo Trivulzio (70 morti), a Lodi, all’rsa Santa Chiara (52 deceduti), a Mediglia, nel milanese (più di 60). Come è potuto accadere? Spiega la dottoressa Cappuccio: “Tutte le RSA avevano deciso di chiudere, poi la Regione Lombardia “consiglia” vivamente di tenere aperto per no seminare panico. Ma non arrivano né mascherine né tamponi, tanto che ad ammalarsi sono anche parenti e personale sanitario, io in un giorno ho avuto 102 addetti in malattia, un terzo di tutto il personale”.

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Ma come mai i tamponi non arrivano? Il presidente leghista della Regione Lombardia in una conferenza stampa del 26 marzo si giustifica: “La regione ha seguito tutti i protocolli dettati dall’Istituto superiore di sanità”. Ormai, si sa, che il gioco del rimpiattino è il preferito del Pirellone, che avrebbe potuto autonomamente dichiarare zona rossa la Val Seriana, come hanno fatto altre regioni, e far eseguire più tamponi, seguendo l’esempio del Veneto.

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