Economia

Renzi, la Merkel e quelle banche da aiutare a tutti i costi

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Matteo Renzi vuole salvare le banche ma Angela Merkel non è d’accordo. Da un paio di giorni in Italia si parla di un piano per gli istituti di credito. Tra gli strumenti: una garanzia pubblica a sostegno degli strumenti di liquidità offerti dalla Bce, una garanzia dello Stato sulle passività di nuova emissione, la sottoscrizione di fondi propri o di capitale, ma anche un nuovo strumento per agevolare lo smaltimento delle sofferenze. Ma dal fronte tedesco è arrivato uno stop: rispondendo in conferenza stampa al termine della riunione dei Capi di stato e di governo dei 27, alla domanda sulla possibilità di cambiare le regole del bail-in a seguito della Brexit, la Merkel ha dichiarato: “Non si possono cambiare le regole ogni due anni“. Poi, ha aggiunto: “Abbiamo lavorato per darci regole comuni sulla ricapitalizzazione delle banche. Le basi attuali offrono lo spazio per rispondere alle necessità dei diversi Stati membri”, sottolineando che “l’aspetto della stabilità è prioritario, assieme a quello della flessibilità”.

Renzi vuole salvare le banche, ma Angela non è d’accordo

La risposta della Merkel è in codice e va tradotta per i comuni mortali dal politichese: la cancelliera si riferisce alle regole del bail in, che sono state accettate dall’Italia dopo lunga trattativa e nonostante l’opposizione di Bankitalia ormai un anno fa. Proprio a quelle regole fa riferimento la Merkel, e proprio quelle regole il governo italiano vede come il fumo negli occhi perché prevedono che a pagare siano obbligazionisti e correntisti con conti al di sopra dei centomila euro. La Merkel sta dicendo che ogni intervento successivo e di salvataggio deve essere condizionato al bail in. Ma  Renzi, memore del disastro generato dal salvataggio delle quattro banche e tenendo ben presente che nell’occasione il sommovimento sarebbe ancora più duro – perché nel caso di Banca Etruria, Cariferrara, Carichieti e Banca Marche i correntisti non hanno pagato e per gli obbligazionisti si è faticosamente varato un rimborso – e per questo anche negli incontri con la stampa a Bruxelles ha continuato a dire che l’Europa non deve occuparsi di banche ma di sociale: proprio per distogliere l’attenzione da un tema su cui mediaticamente si è già scottato e potrebbe bruciarsi ancora di più. Ma nell’occasione il Renzi furioso non si è trattenuto e alla Merkel ha risposto. Purtroppo riproponendo i soliti argomenti: “Nessuno di noi vuole cambiare le regole. Le regole sono state cambiate l’ultima volta nel 2003 per consentire alla Francia e soprattutto alla Germania di superare il tetto del 3%. Allora il governo italiano, guidato da Silvio Berlusconi, accettò di cambiare le regole per fare un favore a Francia e Germania. Questo è accaduto in passato ma non è più successo, perché noi abbiamo una grande capacità di rispettare le regole e continuiamo a farlo. La questione bancaria non è all’ordine del giorno, perché non vede delle richieste di modifiche di regole. Com’è noto noi abbiamo perduto l’occasione di intervenire in modo strutturale, come ha fatto la Germania, che ha messo 247 miliardi di euro per salvare le proprie banche. L’Italia non lo ha fatto, perché chi stava al governo, i presidenti Berlusconi, Monti e Letta, che rispetto, quando si poteva fare non l’hanno fatto”. “Inutile piangere sul latte versato. Quello di cui siamo assolutamente certi è che, se vi fossero dei problemi, noi saremmo nelle condizioni, rebus sic stantibus, di proteggere i denari dei correntisti e dei cittadini”, ha concluso il premier.

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Come funziona il Fondo Atlante (Il Sole 24 Ore, 29 aprile 2016)

Atlante 2, la vendetta

La risposta di Renzi tradisce il suo grande nervosismo: continuare a rinvangare il passato furbo dell’Unione Europea può servire come risposta in una polemica, ma difficilmente farà cambiare idea a chi tiene la cassa in Europa. Ma il premier una replica nel merito se l’è lasciata sfuggire, quando ha detto che  “il Fondo Atlante ha dato risposte molto importanti ed è in condizioni di essere ulteriormente ricapitalizzato”. Ed è probabilmente questa l’ipotesi più probabile, o almeno una delle possibilità che il governo intende discutere con Bruxelles. In gioco potrebbe esserci di nuovo la Cassa Depositi e Prestiti che già partecipa al Fondo Atlante con mezzo miliardo. Ma c’è un problema: la gran parte delle risorse raccolte fra gli investitori privati sono servite a mettere in sicurezza le due Popolari venete:

C’è bisogno di qualcosa di più, ed è ciò che il governo in queste ore cerca di ottenere dalla Commissione europea. Nel canale aperto fra il Tesoro e la direzione Concorrenza di Bruxelles si parla della «Sga» (Società di gestione attività), la bad bank che in vent’anni ha recuperato 600 milioni dai debitori del Banco di Napoli. Una cifra ragguardevole rispetto ai 32 milioni incassati per la sua liquidazione, non abbastanza per abbattere di almeno un quarto gli ottanta miliardi di sofferenze nette che pesano sulle banche italiane. Di qui l’ipotesi di costituire un Fondo Atlante bis, al quale affidare le risorse sufficienti a centrare l’obiettivo: fra i 4 e i 5 miliardi di euro, secondo le ipotesi che circolano in ambienti finanziari.
Ecco il problema: da dove prendere i fondi? Se fosse lo Stato a mettere l’intero, la Commissione dovrebbe concedere ciò che è formalmente vietato. Ma un po’ di fondi potrebbero arrivare dai privati. Da tempo il governo cerca l’aiuto delle casse previdenziali, le quali potrebbero mettere a disposizione un paio di miliardi. Si parla dell’interessamento di Andrea Bonomi, e di alcuni fondi di investimento. Più difficile immaginare l’intervento delle grandi banche già esposte in Atlante uno. Dice ancora Messina: «Noi stiamo dando già il massimo con quello che c’è. Se poi ci sono nuovi soggetti pronti ad investire sono ben accetti».

Ma se nessuno vuole o può mettere i soldi, anche perché di miliardi ne servono 23 e al fondo attualmente ne restano due. Per aumentare la potenza di fuoco si potrebbe riaprire il fondo con i contributi di casse di previdenza e fondi pensione oppure creare un secondo fondo più focalizzato sull’acquisto di non performing loan. Ci sono anche altre ipotesi: dal ruolo della Sga (la società che rilevò alla fine degli anni ’90 i crediti in sofferenza del Banco di Napoli), a quello di Cdp (che potrebbe, ad esempio, aumentare la partecipazione in Atlante) fino a una riedizione dei Monti bond, a suo tempo usati per Mps. Sullo sfondo si segue con attenzione anche il dibattito sul bail in. Ma il problema rimane sempre lo stesso: chi mette i soldi?