Attualità

Quello che i vostri medici non vorrebbero mai farvi sapere

Il Washington Post è uscito con la notizia della pubblicazione di un “inquietante” paper sulla prestigiosa rivista Annals of Internal Medicine che sta suscitando un discreto scalpore all’interno della comunità medica americana. Il tutto è nato da un breve articolo (pubblicato in forma anonima dalla Redazione di Annals) dal titolo “Our Family Secrets” dove un medico racconta in maniera molto cruda alcuni episodi di cattive pratiche mediche vissuti durante la sua carriera e quelli emersi dai racconti dei suoi studenti durante il corso di medical humanities. Il pezzo è stato pubblicato all’interno della sezione On being a doctor, che generalmente raccoglie storie edificanti relative alla professione medica, ma non è questo il caso.
 
C’È QUALCOSA DI CUI VI VERGOGNATE PROFONDAMENTE?
Con questa semplice domanda l’autore dell’articolo ha aperto l’armadio dei “segreti”. Uno studente ha raccontato che mentre assisteva alla preparazione di una paziente (già anestetizzata) che avrebbe dovuto subire un isterectomia vaginale il collega che stava tamponando la vagina della paziente con una garza sterile imbevuta di betadine abbia detto – facendo l’occhiolino – “scommetto che le piace“. Ma non è questa la cosa di cui David – lo studente – si vergogna, è di quello che è successo dopo: ovvero di aver riso assieme al medico della sua battuta. A quel punto l’insegnante e autore del pezzo racconta la sua storia (di quando era studente) con una quantità di dettagli che lascia davvero poco spazio all’immaginazione. Il tutto è avvenuto in seguito ad un parto durante il quale la madre aveva avuto delle complicazioni e stava sanguinando copiosamente. La donna avrebbe potuto morire ma fortunatamente il ginecologo riuscì miracolosamente a salvarla. Se non che dopo essere riuscito ad arrestare l’emorragia, con ancora la mano infilata nella vagina della paziente, il medico mette in scena una versione del ballo della Cucaracha:

But then something happened that I’ll never forget. Dr. Canby raises his right hand into the air. He starts to sing ‘La Cucaracha.’ He sings, ‘La Cucaracha, la cucaracha, dada, dada, dada-daaa.’ It looks like he is dancing with her. He stomps his feet, twists his body, and waves his right arm above his head. All the while, he holds her, his whole hand still inside her vagina. He starts laughing. He keeps dancing. And then he looks at me. I begin to sway to his beat. My feet shuffle. I hum and laugh along with him. Moments later, the anesthesiologist yells, ‘Knock it off, assholes!’ And we stop.”

Scene del genere pensavamo di averle viste solo in film come Kill Bill, ma questi due racconti ci mostrano che la realtà supera la fantasia. Non si tratta solo di humour nero al quale ricorrere per alleviare lo stress di una situazione drammatica. Ma di veri abusi della professione, ancor più gravi perché fatti da supervisori di fronte ad allievi durante la loro formazione. Gli studenti impareranno così che certi atteggiamenti sono accettati e non vengono sanzionati e potranno, eventualmente, essere portati a ripeterli. Non è un problema di come si fa medicina (il ginecologo ha compiuto un mezzo miracolo salvando la vita alla paziente), ma di come si insegna ad essere medici in quanto persone e non solo in qualità di “operatori” della salute.
 
UNA RIFLESSIONE SUL RAPPORTO DEI MEDICI CON IL CORPO DEI PAZIENTI
L’articolo “confessione” dell’autore ha costretto il giornale a pubblicare un editoriale intitolato “On Being a Doctor: Shining a Light on the Dark Side” per spiegare la scelta di pubblicare il pezzo. Our Family Secrets è stato pubblicato in forma anonima non solo per proteggere i protagonisti ma anche i pazienti. Per quanto crudo e inquietante secondo il comitato editoriale di Annals il racconto di Our Family Secrets fa luce su uno degli aspetti più controversi della pratica medica; cosa fare quando un collega (o un superiore) tratta in maniera irriguardosa – e qualcuno potrebbe anche aggiungere criminale, visto che c’è tutto quello che serve per parlare di violenza sessuale – il corpo di un paziente inerme? Ed è per questo che Annals ha deciso di pubblicarlo e di renderlo accessibile a tutti (gran parte dei contenuti sono visualizzabili solo in abbonamento):

By shining a light on this dark side of the profession, we emphasize to physicians young and old that this behavior is unacceptable—we should not only refrain from personally acting in such a manner but also call out our colleagues who do. We all need the strength to act like the anesthesiologist in this story and call our colleagues “assholes” when that label is appropriate. We owe it to ourselves, to our profession, and especially to our patients.

Gli episodi raccontati possono essere casi isolati, ma rischiano di mettere a repentaglio la fiducia dei pazienti nella classe medica. C’è chi si chiede come mai una rispettabile come Annals abbia scelto di pubblicare il pezzo, anche se ammette che le storie raccontate sono “abbastanza credibili”. Peggy Peck su MedPageToday ritiene che sia più che mai necessario per i medici la possibilità di segnalare i comportamenti scorretti dei colleghi anche se si tratta di superiori. Qualcuno però è più propenso a rubricare il secondo episodio come un “poor attempt at humor after the life-threatening emergency had passed” ma c’è da chiedersi cosa farebbe se a subire un simile trattamento fosse una sua parente. A volte può capitare, come è successo di recente, che i “commenti pesanti” dell’equipe medica vengano registrati per caso dal telefono della paziente e che un giudice ordini ai medici di risarcire quella che diventa così una vittima.