Economia

Poste in Borsa, chi ci guadagna

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Un articolo di Ugo Arrigo sul Fatto di oggi ci racconta cosa c’è che non va nella collocazione in Borsa di Poste Italiane. L’Offerta pubblica di vendita riguarda una quota del capitale, ora detenuto dal ministero dell’Econo mia, compresa tra un minimo del 34,7% e un massimo del 38,2%. Di essa il 70% è riservato a investitori istituzionali, il restante 30% ai risparmiatori. Il prezzo per azione sarà fissato, in funzione dell’andamento della domanda durante il periodo di sottoscrizione, in una forbice compresa tra 6 e 7,5 euro. Nell’ipotesi meno favorevole alla finanza pubblica, che non è tuttavia verosimile, lo Stato venderà 453 milioni di azioni a 6 euro, incassando 2,7 miliardi. Nell’ipotesi opposta venderà 498 milioni di azioni a 7,5 euro, incassando oltre 3,7 miliardi:

Cosa accadrà a Poste dopo la quotazione? Resterà azienda di Stato come prima; resterà azienda protetta; la sua redditività dipenderà come ora da scelte pubbliche e dai rapporti finanziari col pubblico, ma dovrà essere in qualche modo garantita per non deludere gli azionisti privati. NON DEBBONO preoccuparsi i sostenitori dell’i n t e rv e n t o statale in economia, coloro che non demordono neanche difronte ai casi più clamorosi di inefficienza, né farsi illusioni i sostenitori della bontà dei mercati di concorrenza: con la quotazione di Poste non cambierà assolutamente nulla. Citando von Clausewitz, si può sostenere che in Italia la privatizzazione è il proseguimento della proprietà pubblica con altri mezzi: quelli finanziari degli aderenti al collocamento. Per non cambiare basta un’azione.

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L’infografica del Fatto sulla collocazione del 40% di Poste in Borsa