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Perché su Regeni l'Italia ha rotto con l'Egitto

documenti regeni 1

La goccia che ha fatto traboccare il vaso sono stati i tabulati telefonici. La Procura di Roma ha chiesto di poter analizzare i dati dei telefoni cellulari attivi sul luogo del rapimento di Giulio Regeni e in quello in cui fu ritrovato cadavere. Gli egiziani hanno invocato la Costituzione che non consente di condividerli per la tutela della privacy. Quando è arrivata questa risposta si è capito che dalla trasferta degli investigatori egiziani in cui si sperava che si potessero condividere le informazioni sul caso del ricercatore friulano torturato e ucciso al Cairo non si sarebbe cavato un ragno dal buco. Per questo l’Italia ha richiamato l’ambasciatore.

Perché su Regeni l’Italia ha rotto con l’Egitto

Nel comunicato di Pignatone e Colajocco due punti sono stati sottolineati: il primo è proprio quello del traffico di celle, a cui è stato opposto l’impedimento di legge che però era in vigore anche prima. «L’autorità egiziana ha comunicato che consegnerà i risultati al termine degli accertamenti che sono ancora in corso», è scritto nel comunicato. «La Procura di Roma ha insistito perché la consegna avvenga in tempi brevissimi, sottolineando l’importanza di tale accertamento da compiersi con le attrezzature all’avanguardia disponibili in Italia», ha risposto la procura. Polizia e carabinieri dispongono di software capaci di elaborare e analizzare velocemente le attività di migliaia di numeri telefonici. Gli egiziani sono pressoché a digiuno di tutto ciò, e questo aumenta l’importanza dei dati, poiché è verosimile che rapitori e assassini non abbiano preso troppe precauzioni, non essendo abituati a indagini così tecnologiche. Sottolinea Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera:

L’altro punto «critico» è quello relativo alla gang di criminali comuni uccisi il 24 marzo e inizialmente indicati come responsabili del sequestro e dell’omicidio, poiché nelle case dei morti c’erano il passaporto e altri documenti di Regeni. Gli inquirenti egiziani ne hanno parlato avvertendo che — riferisce il comunicato — «solo al termine delle indagini sarà possibile stabilire il ruolo che la banda criminale abbia avuto nella morte del ragazzo italiano». Chiosano Pignatone e Colaiocco: «La Procura di Roma ha ribadito il convincimento che non vi sono elementi sul coinvolgimento di retto della banda criminale nelle torture e nella morte di Giulio Regeni». Come dire che è inutile correre dietro a ipotesi inverosimili, e che semmai bisognerebbe concentrasi sul perché i documenti del ricercatore siano comparsi nella disponibilità dei bandati ammazzati.
La spiegazione fornita dalla moglie del capobanda agli inquirenti del Cairo, i quali sostengono la necessità di verificarla, è che guardando alla tv il volto di Giulio, dopo la sua morte, il marito le disse che quel ragazzo l’aveva aggredito in strada nei giorni precedenti, e che per reazione lui e i suoi amici l’avevano rapinato, sottraendogli la borsa con i soldi, il passaporto e tutto il resto. Una versione talmente poco credibile (perché mai, una volta scoperta dalla tv la rilevanza internazionale del caso, dei criminali comuni avrebbero dovuto conservare la prova regina di un loro eventuale coinvolgimento?) che il solo ipotizzare di doverla approfondire fa pensare a un depistaggio.

Così come non è stato possibile accedere alle immagini di una telecamera di sorveglianza in una stazione della metropolitana nel giorno del sequestro di Regeni, perché, hanno spiegato gli egiziani, sopra ci sono registrati i video del giorno successivo ed è necessario “ripulire” la memoria: hanno intenzione di chiedere a una società tedesca di farlo, ma non l’hanno ancora fatto a due mesi dagli accadimenti. Cos’altro ci vuole per capire che la promessa di collaborazione fatta da Al Sisi nell’intervista a Repubblica era una bugia?

E ora, che fare?

“Vogliamo una sola cosa, la verità” dicono sia Matteo Renzi sia il ministro Gentiloni. “Siamo amareggiati” sono invece le parole di Paola e Claudio Regeni, che però non perdono la speranza di arrivare alla verità: “siamo certi che le nostre istituzioni e tutti coloro che stanno combattendo al nostro fianco questa battaglia di giustizia, non si fermeranno”. La lunga nota con la quale il procuratore Giuseppe Pignatone elenca una dopo l’altra le richieste rimaste inevase dal Cairo ma non chiude del tutto la porta, sottolineando da un lato la volontà degli egiziani di proseguire, almeno formalmente, “la collaborazione” attraverso “lo scambio di atti d’indagine”, e dall’altro la “determinazione” di entrambi i paesi “nell’individuare e assicurare alla giustizia i responsabili di quanto accaduto, chiunque essi siano”. Ma è questo l’unico spiraglio, poiché le riunioni alla Scuola superiore di Polizia si sono rivelate, di fatto, completamente inutili. Con gli italiani, da un lato, a rinnovare le richieste di avere la documentazione promessa e gli egiziani, dall’altro, a prendere tempo rinviando le risposte. Basti solo un esempio: gli italiani avevano portato all’incontro una mezza dozzina di traduttori, in modo da poter mettersi immediatamente al lavoro sugli atti originali in arabo, ma quando si sono trovati davanti all’ “esaustivo dossier” annunciato dall’Egitto, hanno chiuso la pratica in un paio d’ore. “Altro che duemila pagine – racconta una fonte -. Non c’è stato neanche bisogno di utilizzare tutti i traduttori poiché abbiamo avuto a disposizione pochissime carte, molte delle quali, tra l’altro, già le conoscevamo”.  Del resto, la presa di posizione era nell’aria e il vertice tra i pm era l’ultima possibilità che il governo italiano offriva all’Egitto per dimostrare le proprie reali intenzioni a fare luce sul caso. Lo stesso Gentiloni aveva avvertito, martedì scorso in Parlamento, che “se non ci sarà un cambio di marcia, il governo è pronto a reagire adottando misure immediate e proporzionate”. E ora le forze politiche plaudono, in modo insolitamente unanime, alla decisione dell’esecutivo. Il ministero degli Esteri egiziano non ha commentato, dichiarando di “non essere stato ancora informato ufficialmente” e di attendere dal rientro dei propri investigatori la valutazione sull’esito delle riunioni con i magistrati italiani. Ma la morte di Regeni, le torture prolungate e inspiegabili inflitte al giovane ricercatore, le resistenze e i depistaggi del Cairo sono stati da subito un duro colpo nei rapporti tra i due Paesi. Rapporti che erano invece nati sotto i migliori auspici: Renzi fu il primo leader occidentale a recarsi al Cairo nell’estate del 2014 dopo l’elezione del presidente Abdel Fattah al Sisi, appena un anno dopo il colpo di Stato militare – con lo stesso Sisi a capo delle forze armate – che portò alla defenestrazione di Mohammed Morsi. E a sua volta Sisi scelse proprio l’Italia, pochi mesi dopo, per inaugurare un suo tour europeo all’insegna delle relazioni economiche.