Economia

Perché la legge di stabilità non serve alla ripresa

renzi legge di stabilità

Il governo incassa la fiducia al termine di una lunga maratona notturna: il maxiemendamento alla legge di stabilità ottiene poco prima delle cinque di mattina il via libera del Senato con 162 sì e 37 no. Proteste accese dalle opposizioni, che accusano il governo di aver presentato un testo pieno di errori: M5S chiede il rinvio in commissione del provvedimento e alla fine non partecipa al voto (“ci chiedete di votare Topolino”, attacca Giuseppe Vaccaro) mentre Forza Italia abbandona i lavori dell’Aula di Palazzo Madama. “Non possiamo partecipare – dice il capogruppo azzurro intervenendo in Assemblea – ad una delle pagine peggiori della vita parlamentare italiana”. Poi però i senatori azzurri rientrano nell’emiciclo annunciando voto contrario. Imprecisioni, discrasie, refusi vengono riconosciuti dallo stesso viceministro all’Economia Enrico Morando: “Il governo accetta e si scusa per gli errori commessi anche nella relazione tecnica ma abbiamo cercato di rendere piu’ leggibile il testo”. Sotto accusa infatti finisce il dossier che correda la manovra ma anche lo stesso testo del maxiemendamento che, almeno in parte, viene rivisto durante i lavori dell’Assemblea come spiega il presidente del Senato Pietro Grasso: “si tratta – è la tesi – di drafting e la presidenza si assume dunque la responsabilita’ di fare correzioni”. Polemiche che fanno slittare di qualche ora il via libera finale al testo (che arriva all’alba). La manovra torna così alla Camera: la giornata di domani sara’ dedicata a riordinare le misure e solo nel tardo pomeriggio, alle 19, ci sarà un ufficio di presidenza della commissione Bilancio di Montecitorio che deciderà l’ordine dei lavori. Quello alla Camera, che sarà il terzo e l’ultimo passaggio, si annuncia comunque come un esame lampo: gia’ lunedì è atteso l’ok finale ai documenti di bilancio.

LEGGE DI STABILITà RIPRESA
Le ultime modifiche alla legge di stabilità 2015 (Sole 24 Ore, 20 dicembre 2014)

PERCHÉ LA LEGGE DI STABILITÀ NON SERVIRÀ ALLA RIPRESA
Ma sull’utilità delle misure nel pieno della crisi internazionale c’è discussione. Anzi, ad essere precisi la discussione porta a una sola conclusione: la Legge di stabilità muove passi concreti con la detassazione dei contratti di lavoro, ma per il resto semina più incertezze che fiducia, come scrive oggi Federico Fubini su Repubblica:

Quando per esempio ha declassato l’Italia a appena un gradino dal livello «spazzatura», Standard & Poor’s ha sottolineato che il piano del governo per la riduzione della spesa «manca di dettagli» ed «esistono rischi nella sua attuazione». Marco Soncini di Telos, un consulente a cui si rivolgono gli investitori esteri, sospetta che la spending review si tradurrà in qualcosa di simile a nuovi tagli lineari – un po’ per tutti, senza scegliere e senza sfoltire – perché non si interviene sulle strutture istituzionali che generano la spesa stessa. Un caso emblematico è la sanità: in giugno il «Patto per la salute» dichiarava che il suo bilancio non sarà ridotto, ma i tagli affidati d’ufficio alle regioni rischiano di scaricare sui governatori il compito di decidere alla rinfusa proprio ciò che il governo centrale aveva promesso di evitare: la sanità pesa per quasi 80% dei bilanci regionali, non c’è molto altro spazio per trovare delle economie. La lezione è che quando la spesa pubblica supera il 50% del prodotto lordo, come in Italia, non è più un problema contabile. Non si risolve appuntando un numero di miliardi alla riga dei tagli. È un problema radicato nelle istituzioni e loro nel funzionamento ed è lì che va risolto. Un modo per farlo sarebbe stato proibire agli enti locali di ricapitalizzare a getto continuo le loro società partecipate cronicamente in perdita o di foraggiarle con contratti generosi in misura assurda. Lì ci sarebbero molti miliardi di risparmi, da trasferire in tagli alle tasse sul lavoro e sulle imprese, nel frattempo sottraendo alla corruzione il suo brodo di coltura.

In questo la Legge di stabilità resta un’occasione mancata:

Il governo ha scelto di non procedere a una detassazione più radicale sulle imprese o sul lavoro, magari finanziati con tagli di tasse fissati per legge da subito ma da attuare via via nei prossimi anni. Ha scelto di non farlo, perché vuole evitare una procedura per deficit eccessivo a Bruxelles e dunque accetta il rischio di una manovra che incide poco. Un antidoto parziale sarebbe indicare subito la strategia degli interventi per l’economia nel 2015 e nel 2016: chi investe ha bisogno di certezze e di visibilità su cosa lo aspetta. Ma quanto a questo, serviranno tempi più lunghi di quelli concessi ieri alla Ragioneria per bollinare la Legge di stabilità.

 
L’OCCASIONE PERSA
Il problema di questa manovra è ciò che manca: gli investimenti. Il Fondo Monetario Internazionale nel suo ultimo World Economic Outlook ha spiegato che gli investimenti pubblici, in particolare quelli infrastrutturali, si ripagano da soli. Allora la scelta migliore per la destinazione del deficit era proprio questa. Una manovra che avesse speso gli 11 miliardi presi a prestito in riassetto del territorio, banda larga e sostituzione delle importazioni energetiche avrebbe prodotto crescita tanto nel breve quanto nel lungo periodo. Altro che debito sulle spalle dei nostri figli. Al contrario, avremmo lasciato in eredità un paese più competitivo, sicuro e moderno alle prossime generazioni e contemporaneamente avremmo affrontato i problemi congiunturali della bassa domanda e della disoccupazione che stanno già diventando cronici. È questo il vero delitto della Legge di Stabilità 2014: aprire un conflitto con l’Europa e rischiare una bocciatura per nulla o quasi nulla. Un governo lungimirante avrebbe sfondato il tetto del deficit anche in misura molto maggiore, ad esempio arrivando al 4,4% come la Francia, ma per una buona ragione. Così è un’occasione persa. Ora speriamo tuttavia che il governo tenga duro, e di fronte ai probabili niet di Bruxelles non pieghi la testa. Almeno questo. Almeno che non si peggiori una manovra già così modesta e dal sapore squisitamente elettorale.