Economia

Pensioni, una bomba da 19 miliardi sul governo

matteo renzi buco manovra

Il buco è più grande di quello che si credeva. Ammonta a 19 miliardi lordi l’importo totale della spesa dello Stato per la perequazione delle pensioni tre volte oltre il minimo dal 2012. Una spesa che metterebbe a rischio i conti di qualsiasi Stato, anche perché il deficit schizzerebbe al 3,9% del PIL mettendo automaticamente il paese sotto procedura di infrazione da parte di Bruxelles. Per questo il governo ha deciso che non pagherà l’intero ammontare, e che invece stabilirà una serie di regole per il rimborso da stabilire con un decreto che verrà pubblicato nella prima settimana di giugno. Ovvero, dopo le elezioni regionali del 31 maggio allo scopo di non far pesare l’argomento pensioni sulla campagna elettorale.
 
PENSIONI, UNA BOMBA DA 19 MILIARDI SUL GOVERNO
Nel piano, spiega oggi Alberto D’Argenio su Repubblica, si ragiona intorno alla possibilità di spendere subito solo 4 miliardi di euro sui 19 previsti:

Il governo infatti dei 19 miliardi intende pagarne solo 4. Saranno tutti caricati sul deficit 2015 (ecco il perché della flessibilità accordata da Bruxelles). La parte dei pagamenti relativi al futuro sarà di 2,5 miliardi e farà salire il deficit nominale dal 2,6 al 2,8%. Dunque al di sotto del 3%. La parte dei rimborsi per il passato sarà di 1,5 miliardi ed essendo considerata una tantum si scaricherà sul deficit strutturale, che salirebbe dallo 0,5 allo 0,6%. Una deviazione dagli obiettivi di bilancio tutto sommato lieve che Bruxelles sarebbe pronta a tollerare. Come il governo intenda saldare solo 4 miliardi è presto detto: ieri la Consulta ha precisato che la sentenza è esecutiva, ma che l’esecutivo può intervenire per legge. E la stessa sentenza della Corte si richiama alla progressività, suggerendo la via all’esecutivo. A titolo esemplificativo cita una misura della finanziaria 2014 del governo Letta: sarebbe corretto pagare «il 95% (del dovuto, ndr) per i trattamenti superiori a tre volte quello minimo, il 75% oltre le quattro volte, il 50% per quelli oltre cinque volte e pari o inferiori a sei volte il minimo».

pensioni fornero 1
Gli effetti della riforma Fornero (Corriere della Sera, 8 maggio 2015)

Il governo intende questo passaggio un suggerimento sul metodo, la progressività, e un esempio sulle quote, che non ritiene vincolanti:

Per questo l’idea che prevale al momento è prendere le percentuali citate dalla Corte e dimezzarle, o giù di lì. E così si arriverebbe a contenere la spesa a 4 miliardi. Significa che chi prende una pensione sotto ai 1.500 euro continuerà a prendere l’indicizzazione piena, dai 1.500 ai 2.000 prenderebbe intorno al 50%, dai 2.000 ai 2.500 poco più del 35%, dai 2.500 ai 3.000 intorno al 25%. Dal tetto dei tremila euro invece l’indicizzazione non verrà né rimborsata per il passato né concessa in futuro. Il governo è convinto che la soluzione possa reggere, ma nessuno può escludere nuovi ricorsi alla Corte. Ma da questo punto di vista confortano il testo della sentenza e la spaccatura registrata in seno alla Consulta lo scorso 30 aprile, con il testo che è passato con un solo voto di scarto. La convinzione è che in un eventuale futuro giudizio le proporzioni, quanto meno, si invertiranno.

I RETROSCENA DELLA CONSULTA
Nel frattempo c’è chi racconta cosa è successo alla Corte Costituzionale nel momento di prendere la decisione che ha poi portato alla sentenza. Una decisione presa a strettissima maggioranza e grazie al voto del presidente Alessandro Criscuolo, che vale doppio, dopo che i giudici si erano divisi: sei a favore, sei contro. Dodici in totale perché Giorgio Lattanzi era malato e gli altri due membri non sono stati ancora nominati dal governo. A votare sì la giuslavorista Silvana Sciarra, che ha poi scritto la sentenza, Paolo Maria Napolitano, Giuseppe Frigo, Dario Morelli, Aldo Carosi. Per il no si erano schierati l’ex premier Giuliano Amato, Marta Cartabia, Daria De Pretis, Nicolò Zanon e Paolo Grossi.