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Matteo Renzi sentito come testimone nell'inchiesta sulle Popolari

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Il presidente del Consiglio Matteo Renzi è stato ascoltato in qualità di testimone il 20 maggio scorso nell’inchiesta della Procura di Roma sulla speculazione sulle banche popolari. Ne parla oggi Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera, specificando che la convocazione del procuratore Giuseppe Pignatone nei confronti del premier è stata spiccata in qualità di persona informata sui fatti nell’ambito dell’indagine avviata dalla denuncia presentata dal presidente della Consob Giuseppe Vegas, il quale aveva detto anche in parlamento che «l’analisi della dinamica delle quotazioni nel periodo antecedente al 16 gennaio 2015», giorno in cui il governo aveva approvato il decreto per privatizzare le Popolari, «evidenzia un’operatività potenzialmente anomala, in particolare per alcuni soggetti che hanno effettuato acquisti prima del 16 gennaio vendendo poi la settimana successiva».

Gli accertamenti dei magistrati erano stati avviati per verificare la correttezza dell’operato di imprenditori ed esperti del mondo della finanza. In particolare si erano concentrate su alcuni investimenti effettuati dal finanziere del fondo Algebris Davide Serra a Londra. Ma anche su acquisti compiuti dall’imprenditore Carlo De Benedetti finito nel mirino della Consob per una plusvalenza di circa 600 mila euro. L’ipotesi tuttora al centro dei controlli è che alcuni investitori possano aver goduto di informazioni privilegiate di chi, all’interno del governo, aveva preparato il decreto e lavorato per farlo approvare. E proprio per questo si è deciso di ascoltare la versione del capo dell’esecutivo.
L’annuncio dell’approvazione del provvedimento fu dato da Renzi a Borsa chiusa, il 16 gennaio 2015, ma nei giorni precedenti erano filtrate diverse notizie sulla possibilità che si intervenisse per privatizzare il settore. Per questo si cerca di verificare la catena delle informazioni e in particolare il percorso degli elaborati preparati dal ministero dell’Economia in collaborazione con Palazzo Chigi e quindi la possibilità che ci sia stato un insider trading. L’interrogatorio di Renzi è avvenuto il 20 maggio. Nei giorni scorsi si erano rincorse indiscrezioni sull’incontro con i magistrati, sempre smentite sia dalla Procura, sia da Palazzo Chigi. In realtà nel corso dell’interrogatorio il premier avrebbe negato di aver mai saputo della circolazione di notizie riservate, pur ribadendo — come aveva fatto all’epoca quando la denuncia di Vegas sollevò numerose polemiche — che della possibilità di una privatizzazione si era parlato più volte.

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La notizia dell’ascolto del premier come teste nell’inchiesta sulle Popolari (Corriere della Sera, 24 giugno 2016)

Successivamente la Consob aveva trasmesso alla magistratura la documentazione che ricostruiva l’andamento «anomalo» del mercato, specificando come le verifiche affidate alla Guardia di Finanza avrebbero già evidenziato il «frazionamento» di alcuni investimenti italiani ed esteri nel tentativo di mascherare l’identità di chi ha operato. Nel gennaio del 2015 venne fuori la vicenda: in un articolo di Mario Gerevini sul Corriere della Sera si citava incidentalmente la Boschi, mentre si concentrava l’attenzione su un’altra informazione a disposizione della Consob, ovvero dell’istituzione che vigila sugli scambi nella Borsa italiana. Secondo l’articolo un numero importante di azioni era stata comprata prima e venduta poi da un broker con sede a Londra. La vicenda aveva scatenato varie ipotesi di complotto e anche una mozione di sfiducia piuttosto insensata del MoVimento 5 Stelle nei confronti di Maria Elena Boschi.
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Le plusvalenze sulle banche popolari (Repubblica, 13 febbraio 2015)

Da segnalare che in un comunicato all’epoca Algebris aveva spiegato di non avere comprato alcun titolo di banche popolari italiane dal 1 al 19 gennaio e che l’unica operazione era stata una dismissione di 5,2 milioni di azioni del Banco Popolare realizzando una perdita. La società precisava poi di non aver mai fatto investimenti nella Popolare dell’Etruria e del Lazio. Algebris Investments affermava di fare la dichiarazione sui propri investimenti nelle banche popolari “al fine di evitare pericolose quanto sommarie strumentalizzazioni”. La società guidata da Davide Serra chiarva così, oltre di non aver effettuato acquisti sulle popolari tra l’1 e il 19 gennaio, che l’unica operazione di rilievo realizzata in quel periodo per conto dei propri fondi e mandati di gestione fu stata la dismissione di 5,2 milioni del Banco Popolare a un prezzo medio di 9,72 euro. Tali azioni erano state acquistate nel 2014, durante l’aumento di capitale del Banco Popolare, segnala quindi Algebris, a un prezzo medio di 13,76 euro, e la cessione è stata effettuata dunque realizzando una perdita. Sul nostro sito avevamo poi affrontato la questione dell’indiscrezione di De Benedetti il 18 dicembre 2015: tutto nasce da un’intercettazione rivelata da Nicola Porro sul Giornale.

In una trentina di pagine le Fiamme gialle descrivono i movimenti borsistici sui titoli di quattro banche popolari, realizzati dalla Romed, la cassaforte finanziaria di Carlo De Benedetti. L’inchiesta è solo alle fasi iniziali, nonostante siano passati undici mesi dalle operazioni di Borsa, ma si preannuncia esplosiva. Sono indicate puntualmente una lunga serie di operazioni sospette, la sintesi delle conversazioni telefoniche tra l’Ingegnere e i suoi operatori della Romed. Riguardano la movimentazione di titoli delle banche popolari per cinque-sei milioni di euro e una plusvalenza realizzata di circa 600mila euro.

De Benedetti e la vera storia della speculazione sulle Banche Popolari

Porro scriveva all’epoca che Carlo De Benedetti all’inizio di gennaio (e quindi prima della conferenza stampa del 20 gennaio in cui Matteo Renzi annunciò la riforma del voto capitario per questi istituti) aveva comprato e venduto i titoli delle banche popolari; sempre secondo Porro in una serie di intercettazioni l’ingegnere ed editore di Repubblica si vantava di aver saputo della riforma da ambienti vicini a Bankitalia:

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L’articolo di Nicola Porro sulle presunte speculazioni di De Benedetti sulle popolari (Il Giornale, lunedì 14 dicembre 2015)

Romed compra e vende titoli in Borsa. E all’inizio del 2015, scopre la Consob, lavora molto sui titoli di quattro popolari. Bingo. I funzionari della Consob chiedono aiuto alla Guardia di finanza. Come prima cosa avrebbero acquisito tutte le registrazioni tra gli operatori di Borsa in sala operativa Romed e non solo. È qui che compaiono le telefonate dell’Ingegnere ai suoi uomini in cui si chiederebbe direttamente di investire in popolari. Il decreto del governo ancora non c’è. Ma l’Ingegnere sosterrebbe di essere stato informato, tra gli altri, anche da ambienti vicini a Bankitalia.

Giustamente Porro dice che potrebbe essere un caso di millantato credito: ovvero De Benedetti potrebbe aver ottenuto l’informazione da altre vie e aver giustificato con i suoi le mosse chiamando in causa Bankitalia. C’è ovviamente un passaggio logico che Porro NON fa, ma che a molti potrebbe venire in mente. Ovvero che De Benedetti, tessera numero uno del PD eccetera, avesse saputo da ambienti governativi del decreto sulle banche popolari in preparazione. Questo costituirebbe una certificazione clamorosa di conflitto d’interesse e impegnerebbe l’ingegnere in un’accusa di reati gravissimi insieme a chi avrebbe fornito l’informazione. La stessa circostanza – con accuse e sospetti – è stata adombrata nella mozione di sfiducia nei confronti di Maria Elena Boschi dal MoVimento 5 Stelle oggi alla Camera. Ma c’è un però grosso come una casa nei confronti di questa ipotesi di complotto.

L’articolo di Repubblica che smentisce Porro e De Benedetti

Come abbiamo scritto in altre occasioni, tutti dimenticano che la storia della riforma delle banche popolari venne anticipata da un quotidiano, 17 giorni prima della sua approvazione e guarda caso proprio il 3 gennaio (evidentemente proprio quando Romed ha cominciato a “lavorare molto sui titoli di quattro popolari”, come scrive Porro). Quel quotidiano non è esattamente un giornale completamente estraneo all’ingegner De Benedetti, visto che è di sua proprietà. Si tratta infatti di Repubblica del 3 gennaio (sabato, quindi a mercato chiusi; anche il primo gennaio i mercati erano chiusi):

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L’articolo di Repubblica del 3 gennaio 2015 che anticipava la riforma delle Popolari

Insomma, se per caso la “speculazione” di De Benedetti si è mossa ai primi di gennaio (quindi, presumibilmente, dal 5 gennaio in poi) in effetti De Benedetti millantava quando diceva che Bankitalia gli aveva spifferato l’informazione della riforma in arrivo. Perché l’ingegnere era stato invece probabilmente informato, insieme a un milione di altre persone, dall’articolo di Repubblica, giornale di cui è editore:

Ecco che allora nasce la necessità per l’attuale governo e per la Bce di mettere a punto finalmente una legge o una direttiva che permetta ad alcuni importanti gruppi bancari italiani di lasciarsi alle spalle la contraddittoria organizzazione degli istituti cooperativi, non adatta a società quotate in Borsa. Il tema è già da qualche tempo all’attenzione di Renzi che sta raccogliendo pareri al riguardo da giovani uomini di finanza con l’obbiettivo di portare avanti la bandiera dello svecchiamento del sistema anche in campo bancario.
Ma è ovvio che per arrivare all’obbiettivo il governo dovrà appoggiarsi anche alla moral suasion della Bce, che da nuovo regolatore del sistema non può permettersi rischi non controllabili. Alcune delle banche popolari, tra l’altro, sono già sotto il controllo della vigilanza di Draghi che potrebbe trovare il coraggio che in passato è mancato alla Banca d’Italia. Inoltre con la trasformazione in spa di alcune popolari potrebbero partire altre aggregazioni importanti come Bpm-Carige che il mercato aspetta con interesse. Dunque gli osservatori finanziari si attendono un qualche provvedimento governo-Bce sulle popolari entro marzo proprio per fugare i dubbi che alcune banche italiane possano diventare un problema per l’Unione Europea.

In attesa delle risultanze delle indagini, e quindi fino all’emersione di una prova contraria, che qualcuno abbia ricevuto un’informazione riservata quando la presunta informazione riservata stava scritta sui giornali pare un’ipotesi peregrina.
EDIT: La procura di Roma ha chiesto l’archiviazione del procedimento:

La Procura di Roma ha chiesto di archiviare il procedimento che vede indagato un intermediario finanziario per ostacolo alla vigilanza. Si tratta di un filone dell’indagine avviata a piazzale Clodio nel febbraio del 2015 dopo le dichiarazioni fatte dal presidente della Consob, Giuseppe Vegas, su informazioni privilegiate finite in mano ad investitori sul decreto banche popolari prima che il governo ne desse il via libera. Su questa vicenda nelle scorse settimane sono stati sentiti come testi Renzi e De Benedetti.

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