Economia

Matteo Renzi e l’operazione Capricorn per ridurre il debito con CDP e immobili

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Anche se sembra il titolo dell’ultimo 007, l’operazione Capricorn è invece il piatto forte con cui Matteo Renzi oggi condisce l’intervista rilasciata a Emilia Patta del Sole 24 Ore:

Il grande assente di questa campagna elettorale sembra essere il macigno del debito pubblico italiano. Il Pd si impegna a ridurlo dal 132% al 100% in 10 anni. Come? Può ripartire la stagione delle privatizzazioni?
Pure se attutito dall’avanzo primario degli ultimi quindici anni e dalla ricchezza privata, il debito pubblico italiano è un problema. Vogliamo ridurlo non privatizzando ancora società come Eni o Enel, ma con l’operazione Capricorn che è già in avanzata fase di studio e che consentirà di liberare risorse, aumentare la crescita, valorizzare Cassa Depositi e Prestiti. Partendo ovviamente dai beni immobili dello Stato.
Poi ovviamente il rapporto debito\Pil diminuisce se cresce il Pil. Durante gli anni dell’austerità abbiamo tagliato le spese ma il rapporto debito Pil è aumentato perché il Pil era negativo: se tagli sugli investimenti uccidi il futuro di una comunità. Con l’aumento degli investimenti supereremo il 2% di crescita, come ha detto ieri Pier Carlo Padoan. Come abbiamo scritto nel nostro programma. Una crescita del 2% è l’obiettivo: il Pil del 2012-2013 era al 2% ma col segno meno davanti. Ecco dove sta la forza dei nostri risultati.

matteo renzi operazione capricorn

Cos’è l’operazione Capricorn? Ne ha parlato proprio Matteo Renzi nel suo ultimo libro uscito a luglio 2017: una proposta “in fieri” che viene annunciata da un anno senza alcuna soluzione concreta all’orizzonte. Ad aprile, quando tra le indiscrezioni si parlò di un progetto «Capricorn», allo studio c’era l’ipotesi di coinvolgere partecipazioni della maggiori aziende quotate (Eni, Enel e Poste) per un valore di almeno 20 miliardi di euro, con la Cdp a fare da veicolo attraverso l’emissione di azioni privilegiate. Spiegava qualche tempo fa Milano Finanza:

L’idea di fondo è quella di trasferire alla Cassa Depositi e Presti le maggiori partecipate oggi in mano allo Stato, dalla quota residua di Poste Italiane (29%) a quelle di Eni (4,3%) ed Enel (23,5%), ma anche Enav (53,3%) e forse le Ferrovie dello Stato. Nel calderone potrebbe finire poi qualche altra non quotata e forse qualche bell’asset immobiliare. Il capitale di una Cdp così ingrassata sarebbe poi aperto a nuovi soci, istituzionali, ai quali sarebbero riservate però non azioni ordinarie ma azioni di risparmio, con qualche soddisfazione in più sotto il profilo dei dividendi ma senza una gran voce in capitolo sulla governance.

Questo dovrebbe bastare a quanti avversano le privatizzazioni perché temono di perdere il controllo dei gioielli di famiglia. Certo si dovrebbe rinunciare a parte dei generosi dividendi della partecipate, che hanno sfiorato quota 2 miliardi quest’anno (a valere sui bilanci 2016); ma sicuramente si risparmierebbe sugli interessi da pagare sul debito, che con la fine del Quantitative Easing della Bce non potranno che rialzare la testa.

Da quel poco che si capisce, quello che verrebbe rinvenuto grazie alla vendita delle azioni di risparmio verrebbe utilizzato per tagliare il debito pubblico di una cifra che dovrebbe arrivare quindi ai 20 miliardi di euro. Un’operazione che presuppone una serie di problematiche di mercato (alcune aziende citate sono quotate) e di autorizzazione da parte dell’Unione Europea e che sembra piuttosto difficile da realizzare. Ma adesso è il momento della campagna elettorale. Ovvero quello in cui tutti i problemi sembrano avere una soluzione facilissima e a portata di mano che però non è stata attuata per colpa del destino cinico e baro. Poi di solito dopo le favole arriva la realtà.