Economia

La litania infinita delle riforme strutturali

Padoan

È strutturale? Si ma è abbastanza strutturale? Per chi si occupa di economia il tormento delle riforme dura da un ventennio. Per il resto del Paese il Santo Graal viene agitato almeno dal 2011, fino a diventare protagonista delle cene di natale delle famiglie italiane (in rialzo anche rispetto a Berlusconi condannato e i giochi di parole sullo Spread). Vista l’estenuante trattativa sulle riforma dell’articolo 18, con minoranza Pd, governo e Ncd ingaggiati in una lotta all’ultimo sangue sull’aggettivo o sulla virgola, qualcuno di potrebbe chiedere se il testo alla fine si rivelerà efficace. Non sarebbe una novità: per riformare le pensioni ci sono voluti 19 anni d’intervento da Dini (1992) a Fornero (2011) passando per gli scaloni/ scalini di Maroni e Damiano, più altri modifiche minori (prelievo fiscale, pensioni integrative, rivalutazione, l’età di ritiro effettiva, le differenze di trattamento uomo e donna…) Allo stesso modo la parte sui licenziamenti del Jobs act si limita a specificare la casistica introdotta dalla Fornero (prima intaccatura di un totem di cui si è discusso per altri 20 anni). Tradotto in termini numerici: il reintegro previsto da vecchio articolo 18 riguarda qualche migliaio di casi l’anno, le modifiche colpiranno un centinaio di lavoratori. Un distratto elettore potrebbe chiedersi: “Tutto qui?”
 
E L’EUROPA CHE DICE?
“Ma è il valore politico che conta” ribattono i commentatori che si twittano ogni giorno con Nomfup. «La riforma del mercato del lavoro è ritenuta dal governo fondamentale per imprimere una svolta al Paese consentirà al sistema economico di meglio adattarsi a un contesto in rapido mutamento, favorendo la canalizzazione delle risorse verso i settori a più elevata crescita della produttività». Parola del ministro Pier Carlo Padoan. Per il ministro titolare (delle riforme) Boschi: «Non dobbiamo ripetere gli errori dei precedenti governi, per questo metteremo in campo riforme strutturali». Infine Renzi prima dell’ultimo consiglio a Bruxelles ha tuonato in Senato: «Nessuno al mondo può ignorare che l’Italia sta attuando uno straordinario processo di riforme strutturali». Non lo dicevano al popolo, da buoni piazzisti sanno che il loro vero cliente è la Commissione europea. La strategia sta funzionando: le riforme strutturali sono moneta di scambio per i mancati obiettivi sulla finanza. Sempre il solito distratto, ma acuto, elettore potrebbe chiedersi come qualcosa di chiaro e misurabile (in miliardi di euro sonanti) come il mancato taglio della spesa pubblica possa essere barattato con una serie di norme il cui effetto economico è incerto e certamente differito nei prossimi anni.
 
IN PRINCIPIO ERA WASHINGTON CONSENSUS
Invece è possibile, ma sulla base di una teoria ampiamente falsificata, cioè che le “Riforme strutturali” necessarie siano note, riconosciute e facilmente applicabili e che sia solo la ritrosia di governi e poteri costituiti a impedire la rapida soluzione dei problemi economici occidentali. Il Fondo Monetario internazionale ha imposto per anni lo stesso pacchetto a tutti i paesi in difficoltà: America Latina, Tigri asiatiche e Piigs europei. Si chiamava Washington Consensus, ma a dispetto del nome non ha mai riscosso grande consenso tra gli economisti, infatti l’espressione l’ha coniata in Michael Williams non senza intenti critici. Conteneva 10 direttive di politica economica, alcune imposte con forza ancora oggi (le privatizzazioni, la riduzione del peso dello Stato nella congiuntura economica, la deregulation di tutti i mercati a cominciare del lavoro), altre perse per strada sin da subito (investimenti su sanità di base e istruzione da tenere fuori dai vincoli). Smontata pezzo per pezzo sul piano teorico e per track record a dir poco contraddittorio, oggi quella agenda non è sostenuta più da nessuno.
 
DA VAMPIRO A FRANKENSTEIN
I tecnici del Fondo monetario chiamati a gestire le riforme (quella che oggi chiamiamo troika) consideravano la velocità di applicazione un elemento chiave per appunto scuotere “strutturalmente” una società. Lo shock era parte integrante della terapia altrimenti certi principi (si pensi alla concorrenza nei servizi pubblici come trasporti, elettricità, acqua e gas o la liberalizzazione degli orari del commercio) sarebbero rimasti su carta senza provocare effetti economici. La Grecia ha mostrato all’interno dell’Unione Europea ciò che in Argentina, Indonesia, Thailandia sapevano già: lo shock si misura in crollo del reddito pro capite, disoccupazione, peggioramento dei livelli minimi di assistenza e welfare compreso l’aumento della mortalità infantile. La protesta contro questi tecnocrati stranieri era inevitabile, spesso raffigurati come vampiri che affondavano i denti nella carne della popolazione più debole. Invece l’Europa non chiede più terremoti, anzi per assurdo riforme drastiche che farebbero saltare i conti vanno edulcorate in ossequio al patto di Stabilità. Le riforme strutturali ora sono un Frankenstein mezzo turbo-liberista e mezzo social-democristiano da contrattare punto per punto. Per questo il Jobs act è “strutturale quanto basta”. E l’anno prossimo chiederanno a Renzi, o a chi per lui, di farne un altro.