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Legionella a Brescia, giallo risolto

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Il giallo della legionella nel bresciano è risolto. I laboratori dell’Agenzia per la tutela della Salute di Brescia (Ats) hanno ufficializzatola presenza del batterio in nove dei dieci campioni prelevati dalle torri di raffreddamento di tre grandi impianti industriali della zona: una cartiera a Montichiari, un’acciaieria a Calvisano e un’azienda meccanica di Carpenedolo. Racconta oggi il Corriere della Sera:

«Il batterio può aver proliferato nel serbatoio d’acqua di una di queste aziende chiuse per ferie in agosto, aiutato dalle elevate temperature estive» ha spiegato il direttore generale di Ats, Carmelo Scarcella. Con la ripresa delle attività potrebbe essersi propagato per chilometri, trasportato dal vento e dai temporali. Altre torri di raffreddamento potrebbero aver creato un effetto eco, «rilanciando» l’aerosol contagioso.

I sindaci dei paesi coinvolti ieri sera hanno già firmato ordinanze che obbligano le aziende a sanificare gli impianti, mentre le analisi dell’autorità sanitaria si estenderanno anche ai comuni limitrofi. E proprio sulla scorta del caso Brescia l’assessore al Welfare della Regione Lombardia, Giulio Gallera,promette entro l’anno «una legge per censire tutte le torri di raffreddamento e imporre una sanificazione ciclica».

Si può quindi tranquillamente escludere l’ardita tesi del consigliere regionale della Lega in Lombardia Marco Maria Mariani che, in una lezione di storia della medicina leggermente improvvisata ma dal chiaro contenuto euristico e scientifico ha detto qualche giorno fa: “Perché si chiama Legionella? Perché è la malattia dei legionari, che non hanno mai operato in Austria o in Svezia o in Nordtirolo, ma hanno operato dove ben sappiamo. Lungi da me fare illazioni… E’ meglio, per il bene di tutti, piantarla di vedere l’acqua o il fiume e le ricerche dovrebbero essere estese a 365 gradi…”.

Con le potenziali fonti di contagio ancora attive, ieri ci sono stati altri 23 casi di polmonite (405 da quando è iniziata l’emergenza, 3 i decessi). I pazienti positivi alla legionella sono 42: questo non significa che il batterio sia responsabile solo del 10 per cento delle infezioni.

I vertici dell’assessorato al Welfare sono certi che i casi cresceranno col passare dei giorni: oltre al test sulle urine (negativo) laddove possibile verranno praticati esami più invasivi (quali la broncoscopia). L’Istituto Superiore di Sanità vuole infatti identificare il sierotipo esatto di legionella, per tracciare i contorni di un’epidemia «unica al mondo per dimensioni».

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