Economia

Le dimissioni di Poletti prima della sfiducia?

Martedì all’ordine del giorno del Senato c’è l’informativa del ministro del Lavoro Giuliano Poletti sulle affermazioni sugli italiani all’estero. Il noto cervello in fuga si è infatti trovato all’interno di una miserabile polemica a causa di affermazioni offensive nei confronti di chi è emigrato; ma non è certo la prima volta che Poletti mette in difficoltà i governi di cui è ministro con uscite infelici, gaffe o figuracce sui numeri. Proprio per questo all’interno del Partito Democratico c’è chi si sarebbe stancato dell’emorragia di voti causata dall’ex presidente delle cooperative. Segnatamente, i renziani. Che, racconta il Messaggero, potrebbero non garantire i numeri nel voto sulla mozione di sfiducia che le opposizioni hanno presentato.

Ma i renziani non escludono che in quell’occasione ci possano essere delle assenze strategiche. «Se pensano che noi gli facciamo questo favore si sbagliano di grosso», dicono dalla minoranza dem. C’è disagio anche nell’area dei Giovani turchi. Nei giorni scorsi Poletti ha chiamato al telefono Speranza per chiarirsi. «E’ auspicabile che oltre a riconoscere l’errore compiuto – dice Fornaro -, Poletti dica parole chiare su come intende cambiare atteggiamento sul tema del lavoro. Non può più essere inteso come una merce. Serve un messaggio di discontinuità, è una questione che investe tutta la maggioranza».
La previsione di chi ha presentato la mozione contro Poletti è che alla fine ci sarà un po’ di teatro ma nulla di più: l’obiettivo – spiegano dall’opposizione – non è certamente il ministro, «manderemo – riferisco
no esponenti M5S, SI e Lega – un segnale a Renzi, affinché sia lui a sentirsi sfiduciato». Sul caso Poletti uscirà in ogni caso fuori la fotografia tra chi vuole le elezioni al più presto e chi punta ad allungare la legislatura.

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Proprio per questo i renziani vanno in pressing affinché Poletti lasci prima del voto. Il che, francamente, sarebbe il minimo per un ministro inadeguato che ha già dimostrato in altre occasioni di non avere le capacità politiche per rimanere seduto sulla poltrona. In ogni caso lui non ci pensa neppure. Il no del ministro a dare le dimissioni costringerà i dem a cercare una exit strategy. Ovvero a rimandare il più possibile il voto sulla mozione di sfiducia firmata da Sinistra italiana, M5S e da alcuni iscritti al gruppo misto. Voto che sicuramente slitterà perlomeno alla settimana successiva.

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