Economia

L'ascensore sociale si è rotto

L’ascensore sociale si è rotto. In Italia è sempre più la famiglia d’origine a determinare il reddito dei figli, anche perché la crisi ha reso l’economia stagnante e tende a perpetuare le condizioni acquisite. Lo spiega oggi Dario Di Vico sul Corriere della Sera in un articolo in cui si riepiloga la situazione italiana in merito alle disuguaglianze sociali:

L’ultimo rapporto Istat ci ha dato anche qualche elemento in più sottolineando lo stretto legame che intercorre tra mancata mobilità e disuguaglianza perché un’economia stagnante tende a perpetuare le condizioni acquisite e quindi esalta il peso di quella che viene chiamata «ereditarietà economica». La famiglia nella quale si nasce condiziona fortemente il successivo ciclo di studi e di lavoro e causa la «trasmissione intergenerazionale delle condizioni economiche» e l’Italia risulta tra i Paesi Ue più conservatori. La rendita di posizione dei cittadini con status sociale di partenza elevato (genitore laureato e manager, casa di proprietà) rispetto a quelli con status di partenza basso (casa in affitto e genitori con bassa istruzione) è più ridotta in Francia (37%) e in Danimarca (39%) mentre è molto forte nel Regno Unito (79%), Italia (63%) e Spagna (51%). E dove la rendita è più alta il merito conta meno.

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Le disuguaglianze sociali (Corriere della Sera, 3 giugno 2016)

E i dati di Antonio Schizzerotto, docente all’Università di Trento, ci permettono di andare oltre:

Sostiene il sociologo che nel nostro Paese nei primi 60 anni del Novecento le dimensioni della classe superiore — imprenditori, liberi professionisti, dirigenti e occupazioni intellettuali svolte alle dipendenze di terzi — sono rimaste molto contenute. Successivamente e per altri 40 anni invece si sono espanse a ritmi sostenuti. È solo nell’ultimo decennio che questa crescita si è arrestata ed è iniziata una discesa. L’ascensore non può arrivare ai piani alti perché ce ne sono pochi o comunque meno rispetto alle aspettative dei potenziali passeggeri. Il risultato è che la mobilità ascendente dei nati tra il 1970 e il 1985 è stata di cinque punti più bassa rispetto ai loro fratelli maggiori nati tra il 1954 e il ’69 e la mobilità discendente è cresciuta di 7 punti. Per arrivare a questi numeri gli studiosi lavorano a lungo su un’ampia serie di indagini campionarie e di conseguenza registrano spostamenti di lungo periodo, ma se potessimo immettere in questo schema i millennials è molto probabile che la forbice si allargherebbe ancora di più. Le cause storiche della carenza di piani alti risalgono ad alcune peculiarità della nostra economia che pur avendo vissuto «un incisivo e lungo processo di industrializzazione» non è riuscito a dar vita a un numero sufficienti di medie e grandi imprese e ha vissuto una «terziarizzazione si è concentrata su settori marginali e poco innovativi».

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Le disuguaglianze sociali (Corriere della Sera, 3 giugno 2016)

Il risultato è quello che Schizzerotto definisce «un fenomeno di saturazione» dei posti disponibili nelle classi superiori e la riduzione delle chance di mobilità viene pagata interamente dalle nuove generazioni. Non solo dai figli di operai ma anche dalla prole degli imprenditori, dei liberi professionisti, dei dirigenti e dei colletti bianchi. Anche costoro oggi per rimanere nelle classi di origine fanno più fatica dei fratelli maggiori e dei padri quando anche loro avevano un’età compresa tra i 20-35 anni. Stiamo rischiando di entrare in un regime di mobilità discendente: l’ascensore scende invece di salire e a segnalare il danno sono soprattutto i figli degli impiegati direttivi e di concetto che, oltre a pagare il blocco, devono sopportare i costi derivanti dal venir meno delle protezioni dai pericoli di discesa sociale.