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L'articolo di Giulio Regeni sul Manifesto

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Comincia con un allarme sulla libertà di stampa nell’Egitto del presidente Al Sisi l’ultimo contributo di Giulio Regeni, pubblicato da Il Manifesto oggi, per la prima volta con il suo nome. Perché il giovane ricercatore italiano, ucciso al Cairo e con ogni probabilità torturato prima di morire, “temeva per la sua incolumità”, come ribadisce Tommaso di Francesco in prima pagina, e quando inviava dei materiali, chiedeva l’uso di uno pseudonimo. “Al-Sisi ha ottenuto il controllo del parlamento con il più alto numero di poliziotti e militari della storia del Paese mentre l’ Egitto è in coda a tutta le classifiche mondiali per rispetto della libertà di stampa”, scrive Regeni, che racconta la ‘resistenza’ dei sindacati indipendenti e in particolare un incontro presso il Centro Servizi per i Lavoratori e i Sindacati (Ctuws), tra i punti di riferimento del sindacalismo indipendente egiziano. Il Manifesto ha deciso di pubblicare l’articolo, malgrado la famiglia di Regeni fosse contraria. Lo ha fatto, spiega il giornale, per testimoniare “sulla morte violenta” del giovane, “di fronte alle troppe reticenze ufficiose e ufficiali e alle gravi contraddizioni delle prime indagini tra la procura egiziana che conferma torture indicibili e il ministero degli interni del Cairo che le smentisce”.

L’articolo di Giulio Regeni sul Manifesto

Ieri le autorità italiane hanno chiesto una indagine congiunta ed esortato un veloce rimpatrio della salma, su cui sono stati ritrovati evidenti segni di tortura e prove di una “morte lenta”, come trapelato dopo i primi tentativi del Cairo di promuovere l’improbabile pista di un incidente stradale o di un omicidio a sfondo sessuale. Oggi nella capitale egiziana deve arrivare un team di inquirenti italiani. Al telefono con il premier Matteo Renzi, il presidente egiziano ha promesso “ogni sforzo” per arrivare a far luce sulla terribile vicenda. Su Repubblica di oggi Carlo Bonini racconta altri terribili particolari sulla morte del ricercatore italiano:

Interpellate da “Repubblica”, tre diverse e qualificate fonti (diplomatiche, investigative e di intelligence) descrivono le condizioni del cadavere del ragazzo (trasferito ieri sera nella morgue dell’Umberto I, l’ospedale italiano al Cairo) con un medesimo aggettivo: «Indicibili». Evidenti i segni di tortura sul corpo. Ustioni di sigaretta, la mutilazione di un orecchio, incisioni da taglio, ecchimosi profonde e diffuse. Esattamente come riferito nell’immediatezza del ritrovamento del cadavere dai magistrati della Procura di Giza, Hosam Nassar e Ahmed Nagi, frettolosamente e goffamente smentiti dal generale Khaled Shalabi, capo del di partimento di indagini di polizia giudiziaria, e dal portavoce del ministero dell’Interno, nel tentativo di accreditare un’inverosimile confusione tra le tracce lasciate da una morte tanto “lenta” quanto atroce con quelle di un incidente stradale.

E ci sono altri sospetti:

Giulio Regeni — proseguono le fonti di “Repubblica” — non solo è stato vittima di uno scempio, ma, come apparso evidente a chi ha potuto constatare lo stato di decomposizione del cadavere, è morto non molto tempo dopo essere stato sequestrato (il 25 gennaio non lontano da piazza Tahir). «Diversi giorni prima del 3 febbraio», quando il corpo è stato ritrovato sul ciglio della strada che collega il Cairo ad Alessandria. Chi ha ucciso Giulio, dunque, ha avuto ad un certo punto fretta di liberarsi del cadavere. E lo ha fatto con una goffa messa in scena. Abbandonandolo nudo dalla cintola in giù, per poter accreditare prima un «delitto a sfondo sessuale» (questo il tenore delle prime informazioni trasmesse dalla polizia egiziana alle nostre autorità nella notte di mercoledì), quindi la pista della criminalità comune e, infine, la storia di cartapesta dell’incidente stradale.

dove è stato ucciso giulio regeni
Dove è stato ucciso Giulio Regeni (Corriere della Sera, 5 febbraio 2015)

L’ipotesi del depistaggio

Nelle scorse settimane al-Sisi era pubblicamente intervenuto per condannare la brutalità della polizia, coinvolta in una serie di scandali. A sera, conclusa l’autopsia, il corpo viene consegnato all’Ospedale italiano Umberto I del Cairo. I genitori dei giovane, accompagnati dall’ambasciatore italiano Maurizio Massari, hanno già affrontato la prova più straziante, riconoscere il corpo del figlio. Troppe ombre pesano sulla sua morte, su cui la procura di Roma apre una inchiesta per omicidio. Al Cairo gli amici di Giulio, convocati dai magistrati, raccontano le sue ultime ore. Alle 20 di lunedì 25 gennaio, quinto anniversario delle proteste di piazza Tahrir, con le strade blindate per timore di manifestazioni di massa, Giulio è ancora vivo. Si muove, secondo testimonianze, dal quartiere in cui vive, el Dokki, verso il centro della città, dove è stato invitato a una festa di compleanno. È diretto dalla stazione metro di Bojoot a quella di Bar Al Louq, vicino proprio a piazza Tahrir. Cinque chilometri. È durante questi spostamenti che sparisce. Ma è possibile, racconta Acconcia, che qualcuno l’abbia notato: ®Una giornalista ha raccontato di aver visto uno straniero arrestato di fronte all’università del Cairo dove nel 2013, dopo il colpo di Stato, c’erano state manifestazioni degli islamisti. Forse Giulio era andato lì a vedere se erano in corso proteste”. Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera riporta un’altra ipotesi, quella del depistaggio:

Il problema non è scoprire quali sevizie abbia subito il giovane, ma perché sia stato sottoposto a un trattamento tanto brutale. Accertare che cosa sia davvero accaduto il 25 gennaio scorso, giorno della scomparsa, mentre andava a raggiungere alcuni amici. Sapere quando è stato davvero ritrovato il suo corpo, tenendo conto che fino a due sere fa l’Egitto ha negato qualsiasi tipo di collaborazione con l’Italia. E ha rivelato che il giovane era morto, soltanto dopo la minaccia di una rottura delle relazioni tra i due Paesi, mentre era nella capitale la ministra per lo Sviluppo economico Federica Guidi. Il sospetto è che il ritrovamento del cadavere di Sergio nel fossato sulla strada che va dal Cairo ad Alessandria possa essere soltanto una messinscena. Il depistaggio di una «squadra» dei servizi di sicurezza locali che lo avrebbero catturato nel corso di una retata e poi ucciso.