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La strage di anziani nelle RSA e i malati di Coronavirus non isolati al Trivulzio

Un’infermiera che lavora al Frisia di Merate (Lecco), istituto che fa capo al Trivulzio, aveva già messo a verbale che mancavano i «presidi sanitari» di sicurezza, che i pazienti con sintomi «non venivano isolati» in modo corretto e che i parenti continuavano ad entrare anche dopo lo scoppio dell’epidemia

pio albergo trivulzio

Il Messaggero racconta oggi uno sviluppo dell’inchiesta sul Pio Albergo Trivulzio e la strage di anziani nelle RSA della Lombardia. Agli atti delle indagini infatti c’è la testimonianza di un’infermiera che spiega come i malati di Coronavirus che arrivavano nella storica residenza per anziani di Milano non fossero correttamente isolati:

Nel paragrafo dedicato alla «gestione dei contatti stretti e dei compagni di stanza» l’istituto, al centro dell’inchiesta della procura di Milano per epidemia e omicidio colposi, raccomanda «l’isolamento in stanza singola e monitoraggio clinico» e «se non possibile isolamento in stanza singola, considerare isolamento per coorte di ospiti sospetti Covid». Intanto per ricostruire la «catena» di direttive e comunicazioni tra Regione Lombardia, Ats (ex Asl) e case di riposo, gli investigatori che indagano sulle centinaia di morti nelle Rsa hanno sentito a verbale anche alcuni funzionari dell’amministrazione regionale e dell’Agenzia di tutela della salute, come testimoni.

È uno sviluppo delle a oltre 20 inchieste condotte dal Nucleo di polizia economico finanziaria della gdf e dalla squadra di polizia giudiziaria, sulle residenze milanesi, tra cui lo storico Trivulzio. Le testimonianze dei funzionari sono state raccolte la scorsa settimana, quando sono stati ascoltati a «sommarie informazioni testimoniali» anche alcuni familiari di vittime e operatori sanitari che si sono presentati spontaneamente per le audizioni.

PIO ALBERGO TRIVULZIO CASE DI RIPOSO LOMBARDIA CORONAVIRUS

I dipendenti hanno raccontato della carenza di mascherine nelle prime settimane dell’emergenza Covid e di «minacce, quando le usavamo». Un’infermiera che lavora al Frisia di Merate (Lecco), istituto che fa capo al Trivulzio, aveva già messo a verbale che mancavano i «presidi sanitari» di sicurezza, che i pazienti con sintomi «non venivano isolati» in modo corretto e che i parenti continuavano ad entrare anche dopo lo scoppio dell’epidemia.

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