Economia

La grande mangiatoia delle società pubbliche

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Le società pubbliche in Italia sono una macchina mangiasoldi di prima categoria. Ci sono cinquemila buoni motivi per non tagliare i costi delle municipalizzate. Ad essere precisi sono 5008, e il numero ricalca quello dei posti di consigliere nelle aziende private-pubbliche, posti che spesso vanno a politici trombati o assistenti di parlamentari. Il governo cercherà di mettere un freno alla mangiatoia attraverso il limite di posti nei consigli d’amministrazioni: oggi c’è chi si ferma a cinque, chi arriva a sette e chi addirittura a nove. L’obiettivo dell’esecutivo è limitare a cinque i consiglieri. Le 5 mila nomine sono anche ben remunerate, sebbene nell’ultimo quadriennio il monte compensi si sia ridotto del 28,5% (a fronte di nomine calate del 27,8%) e il valore medio per carica abbia subìto una decurtazione del 5,4%. Agli amministratori di nomina pubblica risultava infatti riconosciuto nel 2013-2014 un monte compensi pari a 36,4 milioni di euro, 27,3 dei quali (75%) appannaggio delle cariche apicali. Il compenso medio è risultato pari a 24.700 euro, compreso tra i 36.700 euro degli apicali e i 12.500 euro dei non apicali. Gli emolumenti percepiti dai rappresentanti regionali sono significativamente superiori: circa 30mila euro contro i 24mila euro delle nomine comunali e i 18mila di quelle provinciali.

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Le società pubbliche in Italia (Corriere della Sera, 7 ottobre 2015)

Le intenzioni del governo:

Il testo unico prevede che gli statuti della società dovranno «sopprimere la carica di vice presidente», limitandosi a indicare un facente funzioni in caso di assenza o impedimento del presidente, «senza dare titolo a compensi aggiuntivi». E introdurre il «divieto di corrispondere gettoni di presenza o premi di risultato deliberati dopo lo svolgimento dell’attività o trattamenti di fine mandato». Tradotto, è uno stop ai ricchi bonus di fine mandato per i manager, spesso decisi in zona Cesarini. Quando scatteranno tutte queste norme? Al momento c’è ancora un punto interrogativo. Nelle bozze circolate in questi giorni viene indicata come scadenza la fine del 2016. Ma non è detto. Lo stesso Renzi ha spiegato che il pacchetto potrebbe essere trasformato in un disegno di legge collegato alla legge di Stabilità.
In questo caso la scadenza dovrebbe essere anticipata alla fine di quest’anno, in modo da produrre risparmi già nel 2016. Sarebbe una corsa contro il tempo. Anche perché il testo unico prevede che un successivo decreto della presidenza del consiglio «aggiorni i criteri di remunerazione degli amministratori di società», introducendo non solo «nuovi limiti massimi proporzionati alla qualificazione professionale e all’impegno richiesto». Ma anche stabilendo che la parte variabile della retribuzione, cioè i premi, non sia versata in caso di «risultati di bilancio negativi attribuibili alla responsabilità dell’amministratore». Tra poltrone eliminate e limiti vari agli stipendi, dai 25 articoli del testo unico viene fuori una sorta di spending review federalista, una revisione della spesa pubblica che dovrebbe produrre i suoi effetti lì dove il controllo è più difficile, nella periferia dell’amministrazione pubblica.