Economia

«La crescita che non c'è è colpa dell'ISIS»

Ma davvero la paura del terrorismo può pesare sulla crescita italiana? Pier Carlo Padoan in un’intervista al Corriere della Sera ieri ha ipotizzato una riduzione del ritmo di incremento del PIL a causa degli attentati di Parigi: «Certo, il clima seguito ai terribili fatti di Parigi è negativo e questo potrà avere effetti sulla ripresa. Ma gli italiani hanno la corretta percezione che stiamo uscendo dalla crisi. E questo conta molto, sia per la fiducia sia per l’economia». Pur cautamente, il ministro ha cominciato a mettere le mani avanti, come ipotizza oggi il Fatto Quotidiano?
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«La crescita che non c’è è colpa dell’ISIS»

La verità sta nel mezzo. Nonostante il dato non esaltante del terzo trimestre dell’anno rilevato dall’Istat, cavalcato da Forza Italia, e le previsioni non coincidenti dell’Upb, che vedono il Pil fermarsi a +0,8%, soprattutto a causa del rallentamento del commercio internazionale, secondo Padoan “al momento non ci sono elementi concreti che inducano a rivedere quella cifra”. Per questo, puntualizza anche Renzi, la previsione per fine anno “è confermata”. I rischi potrebbero semmai riguardare i prossimi mesi e non vanno sottovalutati. Anzi. L’esecutivo, ribadisce Padoan, è già in campo, e si prodigherà ancora, per spingere il più possibile l’economia. L’obiettivo di medio termine è infatti quello di raggiungere una crescita il più possibile vicina al 2%, tale da riassorbire al massimo la disoccupazione. Per farlo sono stati messi più soldi nelle tasche degli italiani, con gli 80 euro e con la prossima abolizione della Tasi ad esempio, ed ora si punta anche sugli investimenti, compresi quelli contenuti nel pacchetto sicurezza in arrivo nella legge di stabilità. Gli stanziamenti per la polizia, ma anche per quella che viene definita l’inclusione sociale, ammontano a 2 miliardi di euro. Ottenibili, secondo il governo italiano, facendo ricorso alla flessibilità europea sui migranti, considerati una circostanza eccezionale. La richiesta iniziale di flessibilità avanzata a Bruxelles era in realtà di 3,2 miliardi, tale da portare il rapporto deficit-Pil al 2,4%. Tuttavia, Roma sembra ora intenzionata ad impiegare sulle emergenze risorse pari a 2 miliardi di euro, cifra che farebbe fermare il deficit al 2,3% (e che forse potrebbe rappresentare un possibile compromesso con la Commissione). Sempre che la crescita 2016 resti però all’1,6% indicato nella Nota al Def di settembre. Le spese militari e per la sicurezza cresceranno. Quindi ecco che un boost alla crescita invece semmai arriverà dai fatti di Parigi, e dalla sua dimensione dipenderà la capacità di riassorbire la botta del terrore. Ma che la crescita si stesse fermando da prima degli attentati di Parigi lo suggerisce anche l’articolo del Fatto a firma di Salvatore Cannavò:

IL PROBLEMA, però, sono proprio i numeri. Qualche giorno fa, è stato l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) a definire le previsioni di crescita “un azzardo pericoloso”. La crescita, nel documento parlamentare, viene prevista intorno allo 0,7% e non allo 0,9. L’impatto del nuovo clima – ma l’Isis costituisce un problema da ben prima degli attentati di Parigi –si potrà sentire semplicemente perché il governo ha fissato le previsioni nel range più alto delle forchette di previsioni, ipotizzando che tutto andrà davvero al meglio.
Gli indizi di una previsione a fini politici, inoltre, erano già evidenti quando l’Istat ha diramato i dati su tre indicatori importantissimi. La stima preliminare del terzo trimestre sul Pil, ha offerto un incremento dello 0,2% inferiore a quanto previsto dal governo. Secondo i dati di settembre, poi, il fatturato dell’industria ha segnato un -0,1% su agosto e, soprattutto -0,9% su settembre 2014. A pesare negativamente, infine, le esportazioni che a ottobre sonoscese dell’1,7%enell’ultimo trimestre del 5,8. I segnali erano giàtutti evidenti ben prima del 13 novembre. Ma quei dati, non a caso, il governo non li ha nemmeno commentati.

L’economia della paura

Di certo è vero che gli americani, come ricorda oggi Lorenzo Salvia sul Corriere, spesero il 20% in meno con le carte di credito dopo gli attentati alle Twin Towers. E per il Giubileo, per il quale si aspettavano 30 milioni di turisti in Italia, le stime sono state ridimensionate a un terzo dopo gli attentati. Ma una ricerca di tre studiosi americani dice che nelle 177 nazioni colpite dal terrorismo fra il 1968 e il 2000 la crescita del Pil pro capite è stata ridotta dello 0,048% l’anno. Applicato all’Italia, con tutte le cautele del caso, vuol dire 12 euro a testa. Wolfgang Munchau, editorialista del Financial Times spesso in litigio con le istituzioni economiche italiane, dice al Corriere che a monte ci sono errori di politica economica da parte del governo Renzi:

«Certo, la paura degli attentati può avere un effetto negativo sulla crescita di tutti gli Stati europei». Ma lui invita a guardare in profondità: «Il terrorismo è solo uno degli choc possibili per le economie moderne. Ce ne potranno essere altri, magari di natura diversa. Quello che conta è rendere il sistema strutturalmente solido, in modo che possa reggere l’urto». E questo, secondo Munchau, l’Italia non l’ha fatto: «Il governo ha preferito tagliare le tasse sulla prima casa anziché spingere sulla produttività e l’efficienza. E poi quel miliardo per la cultura: sono mosse elettorali, populiste». Governi, però, vuol dire anche Europa.
La settimana prossima la Banca centrale europea dovrebbe annunciare il potenziamento del quantitative easing, il piano d’acquisto di titoli di Stato per immettere denaro nell’economia. Non c’è il rischio che questa massa di liquidità alla fine generi una nuova bolla finanziaria, come già successo negli Stati Uniti dopo l’11 Settembre e dopo il crack di Lehman Brothers, con conseguenze permanenti? Una sorta di danno collaterale del sostegno alla ripresa e della guerra al terrorismo? «Il rischio c’è — dice Daveri, il professore della Bocconi e della Cattolica — ma in questo momento è il male minore. E quindi lo dobbiamo mettere in conto».