Economia

Il tasso di disinteresse delle famiglie italiane

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Dalla fine del 2007 l’ammontare dei depositi bancari degli italiani — composto da conti correnti, conti vincolati e pronti contro termine — è aumentato da 1.000 a 1.367 miliardi di euro, sui quali le banche pagano un tasso medio dello 0,40%. Di più: 83 miliardi di euro l’anno scorso hanno ingrossato i conti correnti nelle banche nazionali, malgrado il tasso offerto dagli istituti sia ai minimi storici. Andrea Greco su Repubblica di oggi ci spiega che la tendenza all’accumulo finanziario degli italiani è in forte aumento, anche (soprattutto?) a causa delle crisi bancarie e obbligazionarie di questi anni e delle inesistenti risposte dei governi alle evidenti scorrettezze delle banche nella gestione del risparmio dei clienti. I risultati tangibili di questa situazione sono sostanzialmente due. Il primo è che gli italiani perdono l’occasione per far fruttare il proprio capitale:

Consideriamo invece cosa si potrebbe fare anche solo con quei 164 miliardi messi nel materasso bancario: se investiti in un fondo azionario globale negli ultimi cinque anni avrebbero reso fino al 75%, di più se asiatico, poco meno se europeo. Ancor meno se a Piazza Affari (+25%), ma sempre un multiplo dello 0,40% annuo composto del c/c. Se investiti invece nel capitale di un’azienda, con attesa di rendimenti attorno al 6% annuo, anche depurati dal tasso di default medio (2%) avrebbero reso il decuplo dei depositi bancari. Solfa simile comprando bond di grandi aziende italiane o multinazionali.

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I depositi bancari delle famiglie (La Repubblica, 23 gennaio 2017)

Il secondo è che nel Belpaese si accentua la cronica carenza di investimenti:

Perché si continua a investire così poco e male in Italia? «Gli italiani hanno disamore per il capitale di rischio e l’imprenditorialità, e amano tutto ciò che assimilano a certezza finanziaria come titoli di Stato, bond bancari, libretti di risparmio postale, depositi — dice Alberto Foà, presidente di Acomea Sgr — questo atteggiamento, frutto di decenni di egemonia culturale dei partiti di matrice cattolica e comunista, li ha portati nel tempo ad allocare molto male una ricchezza finanziaria molto elevata. Si aggiunga che governo e autorità non hanno contribuito a mutare le cose, così si sono perse micidiali occasioni di guadagno». Foà ricorda la riforma del governo Monti che ha disallineato l’aliquota su azioni e bond, pari al 26% rispetto al 12,5% dei titoli di Stato, anche stranieri: «Ogni norma ha valore pedagogico». Anche di recente il governo ha perso un’occasione: nel defiscalizzare l’investimento per fondi pensione e casse previdenziali (fino al 5% degli attivi) nel capitale di aziende non quotate, non ha voluto azzerare le tasse se gli stessi puntano sul debito delle stesse aziende. «Forse il governo temeva di assimilare il debito privato al debito pubblico, creando un buco fiscale — dice Giovanni Landi, vice presidente di Anthilia Sgr —. Ma bastava definire il perimetro, anziché dare un segnale negativo a chi vorrebbe aiutare le imprese italiane ad affrancarsi dalla schiavitù bancaria».