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Il flop dei test sierologici per l’indagine nazionale sul Coronavirus

Ad oggi sono stati eseguiti solo 50mila dei 150mila test previsti nel campione stilato dall’Istat, in rappresentanza di territori, fasce di età e professioni. Per avere un risultato  attendibile alla fine ci si assesterà su un campione di 35mila test, ma devono essere rappresentativi statisticamente

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L’indagine nazionale con 150mila test sierologici per valutare quanti italiani siano entrati in contatto con il Coronavirus SARS-COV-2 è stata prorogata fino al 30 giugno. E questo perché, spiega oggi Il Messaggero, molti degli italiani ai quali la Croce Rossa ha telefonato per chiedere collaborazione hanno risposto “No grazie”.

Il flop dei test sierologici per l’indagine nazionale sul Coronavirus

Ad oggi, spiega il quotidiano, sono stati eseguiti solo 50mila dei 150mila test previsti nel campione stilato dall’Istat, in rappresentanza di territori, fasce di età e professioni. Per avere un risultato  attendibile alla fine ci si assesterà su un campione di 35mila test, ma devono essere rappresentativi statisticamente (i 50mila non hanno ancora queste caratteristiche). In sintesi: siamo lontani dal responso. Come mai gli italiani stanno dicendo no? È un paradosso, visto che ogni giorno molti cittadini vanno nei laboratori privati, a pagamento, per eseguire il test di propria iniziativa.

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Coronavirus: i numeri del 21 giugno 2020 (Corriere della Sera, 22 giugno 2020)

Ma il motivo si comprende valutando cosa è successo alla signora di Bari che si è ritrovata “prigioniera” di IMMUNI: dopo che l’app le ha fatto sapere che aveva avuto contatti con un positivo è stata messa in quarantena per 14 giorni senza che però la Regione Puglia le abbia fatto il test del tampone. Spiega Walter Ricciardi, docente dell’Università Cattolica di Roma e consigliere del ministero della Salute:

«Ci sono due elementi: il primo è l’obiettiva distanza tra gli italiani e la scienza; per gli italiani, le questioni scientifiche rimangono difficilmente comprensibili. Secondo elemento: bisogna  migliorare la comunicazione, fare capire che iniziative come la campagna dei test sierologici sono importanti. Forniscono degli elementi alla scienza che possono aiutare tutti. Le istituzioni devono fare sforzi maggiori per spiegarlo». Altro tema: «Molte persone temono, se risultassero positive al sierologico, di dovere restare isolate in casa in attesa del successivo tampone. Invece, bisogna spiegare bene che il servizio sanitario nazionale si farà carico del percorso. E le Regioni devono assicurare tempi rapidissimi per i tamponi».

I risultati dei test sierologici nel Lazio

Ecco quindi che il combinato disposto della paura nei confronti della scienza e, insieme, la scarsa fiducia nei confronti dell’efficienza delle ASL (più che giustificata) mette in pericolo l’indagine sierologica. Nei giorni scorsi sono stati comunque anticipati i risultati del Lazio, dove il Coronavirus SARS-COV-2 circola nel 2,4% della popolazione (al di sotto quindi del 3 atteso alla vigilia): questi i primi risultati emersi dall’indagine epidemiologica effettuata su un campione omogeneo di 100 mila (sui 300 mila totali che verranno analizzati) tra operatori del servizio sanitario e appartenenti alle forze dell’ordine. «Su 108.404 test sierologici, nel 2,4% dei casi sono state riscontrate IgG (leimmunoglobuline, che indicano la presenza di anticorpi nel sangue al momento del prelievo, ndr) – ha spiegato l’assessore regionale alla Sanità, Alessio D’Amato, aprendo l’incontro di presentazione della prima tranche della ricerca su un campione di cittadini -. Di questi, lo 0,15 è stato poi confermato dal tampone: il che vuol dire che siamo andati a scovare 160 persone asintomatiche».

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L’indagine epidemiologica nel Lazio (Corriere della Sera Roma, 16 giugno 2020)

Le percentuali crescono, però, negli accessi spontanei, ovvero nei risultati delle quasi 20 mila persone che si sono sottoposte al test volontariamente a pagamento – ma con prezzi calmierati -nei centri convenzionati con la Regione Lazio. Risultati che confluiscono nel database regionale e che parlano di un aumento fino al 4 per cento. Il dato scende invece al 2 per cento tra gli operatori sanitari.

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