Economia

Il discorso di Alexis Tsipras all'ONU

“The difficulty lies, not in the new ideas, but in escaping from the old ones” (Il difficile non sta nel trovare nuove idee, ma nel liberarsi dalle vecchie). Alexis Tsipras chiude il suo intervento all’ONU citando John Maynard Keynes. L’economista inglese così riassumeva, nella introduzione alla General Theory, la chiave decisiva del suo approccio: e cioè il superamento della teoria classica, organizzata attorno all’idea degli equilibri nei mercati, che automaticamente portano alla massimizzazione dei vantaggi per tutti gli attori.

Il discorso di Alexis Tsipras all’ONU

Non a caso il primo ministro greco ripesca il pensatore di Cambridge, il critico più severo e lungimirante delle dottrine neoliberiste: la battaglia condotta dal suo governo per ridiscutere le politiche di austerità ha come sottinteso teorico e simbolico il confronto tra l’approccio keynesiano, demand-side, e quello ‘austriaco’ (da Von Hayek a Schauble, passando per Greenspan). Una contesa non accademica, ma dai risvolti brutalmente pratici, perché in grado di decidere se milioni di persone possano o meno, svegliandosi stamattina, lavorare, alimentarsi, curarsi, istruirsi. Oppure no. Proprio come accade in Grecia negli ultimi anni, ricorda Tsipras.
Un paese al centro di tre crisi sovrapposte: “La crisi economica nell’Eurozona, conseguenza di scelte politiche neoliberiste, che hanno portato alla caduta del PIL del 25% nel nostro Paese; la crisi geopolitica, conseguenza della crescente instabilità regionale; la crisi umanitaria, che genera flussi di centinaia di migliaia di uomini in cerca di condizioni di vita migliori”. Il primo ministro mette sul tavolo chiara e tonda la domanda essenziale: “Come è possibile accogliere le sfide per i prossimi quindici anni, se ripetiamo gli stessi errori degli ultimi trenta?”. L’esperienza greca dimostra che “fissare obbiettivi, come facciamo noi qui oggi, non basta”. Non è possibile rispondere alle grandi questioni planetarie “ lasciando il quadro in cui operiamo immutato, senza rimetterlo in discussione”. E per essere più chiaro, insiste: “come facciamo a parlare di aiuti ai paesi in via di sviluppo, o di prestiti ai paesi sviluppati, se non affrontiamo la questione del debito come questione internazionale, nodo centrale del sistema finanziario mondiale?”. E ritorna sul nesso inscindibile tra ristrutturazione del debito e stimolo alla crescita, citando il caso della Germania nel 1953 (cui venne concessa la cancellazione della metà del debito, ed il pagamento degli interessi sulla base delle esportazioni).
 

Il debito da cancellare

Puntualissimo anche il riferimento allo stato sociale, ed al suo ruolo economico: “Come facciamo a parlare di lotta alla povertà e alla disoccupazione, se non discutiamo di come costruire e migliorare lo Stato sociale, invece di distruggerlo?”. L’allusione alle questioni centrali di politica economica del governo di Syriza sono tutte qui, sul tavolo, chiare e sonanti. “Come facciamo a parlare di un sistema contributivo stabile, quando il sistema finanziario incoraggia i paradisi fiscali e la creazione di società offshore?”. E precisa: “non possiamo parlare di sistema contributivo stabile, se non sono i governi democraticamente eletti a decidere su chi far gravare il carico fiscale”. Chiunque abbia seguito la trattativa e l’accordo del 13 luglio, sa a cosa allude Tsipras, quando denuncia la volontà dei creditori di decidere per filo e per segno come risparmiare i grandi patrimoni e tassare i consumi dei lavoratori dipendenti. Il lettore (e l’elettore) di sinistra italiano ha interiorizzato da anni il riflesso alla prudenza, all’ellissi, alla moderazione verbale (e politica). Risuona nelle sue corde il sofferto, inascoltato auspicio di Nanni Moretti: “Di’ qualcosa di sinistra!”. E ‘qualcosa di sinistra’ Tsipras lo dice, forte e chiaro. A chi temeva (o sperava) che il primo ministro greco avesse dismesso le armi, questo discorso -di cui non vi è traccia sui media d’apparato- dà nuovi motivi di riflessione.