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Gli italiani a Erbil

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L’Iran ha lanciato l’operazione Soleimani Martire sferrando un attacco missilistico in Iraq contro due basi che ospitano le truppe americane e quelle della coalizione, tra cui militari italiani. Una pioggia di cruise e di missili balistici a corto raggio partita dal territorio iraniano e che si è abbattuta contro la base di al-Asad e contro quella di Erbil, come prima rappresaglia per l’uccisione del generale Qassem Soleimani da parte degli Usa. Ad Erbil si trova una parte consistente dei circa mille militari italiani attualmente presenti in varie località dell’Iraq. In particolare, dal 2015 è attiva la Task force Land composta da militari dell’Esercito che hanno compiti di addestramento dei peshmerga, le forze di sicurezza curde. I militari italiani presenti ad Erbil sarebbero al momento circa 400, di cui 120 istruttori. Nessuno, viene ribadito, avrebbe subito conseguenze dopo l’attacco di questa sera. La Task force land è inquadrata nel Kurdistan Training Coordination Center (KTCC), il cui comando è attribuito alternativamente per un semestre all’Italia e alla Germania: ad esso contribuiscono nove nazioni, con propri addestratori (Italia, Germania, Olanda, Finlandia, Svezia, Gran Bretagna, Ungheria, Slovenia e Turchia). Gli istruttori militari italiani addestrano i peshmerga in varie discipline: dalla formazione basica di fanteria all’uso dei mortai e dell’artiglieria, dal primo soccorso alla bonifica degli ordigni improvvisati

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La presenza militare internazionale in Iraq (La Repubblica, 8 gennaio 2020)

Il contingente dei carabinieri italiani impegnati nella capitale irachena per l’addestramento della polizia locale dovrà essere “ridislocato”, cioè trasferito in un’altra sede. Stamattina, in un articolo scritto prima dell’attacco, Repubblica spiegava che ci si preparava a un “ridispiegamento”:

La Difesa sottolinea che questa manovra fa parte delle misure indispensabili a garanzia dei militari. Non è dunque «una interruzione della missione e degli impegni presi con la coalizione». L’idea che il contingente internazionale fosse pronto a tornare a casa era stata in parte causata dalla strana vicenda della lettera americana al governo di Bagdad, che parlava di ritiro immediato e che è poi stata smentita dal capo del Pentagono, Mark Esper. Ma è stato lo stesso Esper a ringraziare l’Italia, attraverso il collega Lorenzo Guerini, per la decisione di non interrompere l’impegno che la vede in prima fila, come secondo contributore nella coalizione anti-Isis.

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Le truppe americane in Medio Oriente (La Stampa, 8 gennaio 2019)

Il “ridispiegamento” italiano riguarda solo i carabinieri, che finora erano ospitati nel compound del contingente americano, diventato oggetto di attacchi dopo l’uccisione da parte americana del generale iraniano Qassem Soleimani. Tutto nella norma, invece, per il contingente di addestratori schierato nell’aeroporto di Erbil: le misure di sicurezza sono già elevate, nei giorni scorsi è cambiato solo qualche dettaglio nella preparazione delle uscite fuori dalla caserma, a partire dall’obbligo di indossare elmetto e giubbotto anti-proiettile in ogni circostanza. Nessuna indiscrezione, invece, sul contingente di truppe speciali: una base operativa della task force 44 è a Kirkuk, nel nord del Paese ma al di fuori dei confini del Kurdistan, dunque potrebbe in teoria essere esposta allo stesso genere di rischi.

Gianluca Di Feo raccontava oggi la storia di uno dei soldati italiani:

Proprio il generale Paolo Fortezza incarna il volto nuovo dell’Esercito, in cui la percentuale di forze speciali è decuplicata: è un incursore del Col Moschin, uno dei reparti più famosi al mondo, e da 27 anni ha sempre alternato i compiti in prima linea al potenziamento degli standard della sua unità. Certo, restano italiani e sono orgogliosi di essere “soldati di pace” chiamati a proteggere le popolazioni. «I nostri uomini, dovunque siano andati, hanno avuto una considerazione da parte della gente, prima ancora che dei governi, straordinaria», ha detto il colonnello Gianfranco Paglia, medaglia d’oro che ha perso l’uso delle gambe nel 1993 al Check Point Pasta di Mogadiscio, la prima battaglia dell’Esercito moderno. Per questo l’uccisione di Soleimani ha lasciato amarezza tra i nostri militari. C’è il timore che venga vanificato il lavoro svolto per addestrare le truppe che combattono l’Isis: finora sono stati formati quasi 50 mila iracheni, talvolta accompagnandoli spalla a spalla sul campo. Il motto della coalizione creata contro lo Stato Islamico è “One mission, many nations”: una missione, molte nazioni. Uno spirito che parecchi credono sia stato tradito dall’iniziativa unilaterale americana.

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