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Giulio Regeni arrestato e detenuto in un compound dai servizi segreti egiziani

khaled shalabi giulio regeni (2)

Il ricercatore italiano Giulio Regeni è stato arrestato dalla polizia del Cairo e trasferito in un compound gestito dai servizi segreti egiziani il giorno della sua scomparsa. Lo scrive l’agenzia di stampa Reuters che cita tre fonti diverse dei servizi di sicurezza e tre fonti della polizia. La rivelazione contraddice la versione ufficiale fornita dall’Egitto e di recente anche dal presidente Al Sisi, il quale aveva affermato che le autorità non sapevano nulla dell’omicidio.

Giulio Regeni arrestato e detenuto in un compound dai servizi segreti egiziani

Regeni era scomparso lo scorso 25 gennaio, il suo corpo è stato ritrovato il 3 febbraio martoriato e con segni di tortura lungo una strada della periferia del Cairo. Subito dopo il ritrovamento del suo cadavere, la polizia aveva suggerito che potesse essere stato vittima di un incidente d’auto. Settimane dopo hanno detto che poteva essere stato ucciso da una banda di criminali travestiti da poliziotti. Ma tre agenti dell’intelligence e tre fonti investigative hanno confermato in maniera indipendente a Reuters che la polizia aveva preso in custodia Regeni prima della sua morte. Alla domanda se sia stato portato alla stazione di polizia di Izbakiya al Cairo, come riferito da alcune fonti, un funzionario del ministero dell’Interno ha detto di non voler rispondere. Mohamed Ibrahim, funzionario del dipartimento di sicurezza interna, ha detto invece che “non ci sono legami di sorta tra Regeni e la polizia o il ministero dell’Interno o la sicurezza interna. Non è mai stato detenuto in alcuna stazione di polizia o qui. L’unica volta che è entrato in contatto con la polizia è per il timbro del passaporto quando è entrato in Egitto”. “Se avessimo avuto qualsiasi sospetto sulle sue attività la soluzione sarebbe stata semplice: espellerlo”. Un funzionario ha riferito a Reuters che Regeni aveva sette costole rotte, segni di elettrocuzione sul pene, traumi su tutto il corpo ed una emorragia cerebrale. E’ stato ucciso da un colpo alla testa. Visti i segni di tortura, i gruppi per i diritti umani come l’Egyptian Commission for Rights and Freedoms e Amnesty International hanno suggerito che Regeni possa essere stato ucciso dai servizi di sicurezza egiziani. Tutte e sei le fonti hanno detto a Reuters che Regeni è stato preso da poliziotti in borghese vicino alla stazione della metro di Gamal Abdel Nasser al Cairo la sera del 25 gennaio. La sicurezza era molto alta quel giorno perché era l’anniversario dell’inizio della primavera araba del 2011, che ha rovesciato il presidente Hosni Mubarak. Non è chiaro dove il ricercatore sia stato portato, anche se tutte le fonti sottolineano che non era un obiettivo specifico ma era stato fermato nell’ambito di una stretta generale sulla sicurezza. Una delle fonti di intelligence ha riferito che Regeni è stato portato a Izbakiya per 30 minuti prima di essere trasferito a Lazoughli, un compound gestito dalla sicurezza interna. Le fonti hanno detto di non sapere cosa sia successo al giovane dopo. Il lavoro di Regeni, ricercatore di Cambridge, sul cambiamento del mondo del lavoro in Egitto, aveva sollevato i sospetti della polizia, secondo quanto riferito da una fonte della sicurezza, visto peraltro che proprio dai sindacati era partita la primavera araba.

La figlia del capobanda accusa la polizia

Nel frattempo in una dichiarazioni alla Cnn, la figlia del capo della banda di rapinatori di stranieri uccisi al Cairo e in possesso dei documenti di Regeni ha ribadito la sua accusa mossa alla polizia egiziana di averle ucciso a freddo padre, marito e fratello per far credere che fossero loro i torturatori a morte del giovane ricercatore friulano. La donna aveva evocato l’accusa già in dichiarazioni fra l’altro al Corriere della Sera dieci giorni fa in contrasto con la versione fornita dal ministero dell’Interno egiziano che spiegò le cinque uccisioni avvenute il 24 marzo con uno “scontro a fuoco” in cui però le forze dell’ordine avevano lamentato solo danni a proprie vetture. La donna, Rasha Tarek, figlia del ‘capobanda’ Tarek Saad (in Egitto il secondo nome è il patronimico) ha ribadito che il “portafogli marrone” rinvenuto assieme ai documenti apparteneva al marito Salah Ali ed era in possesso dell’uomo quando questi uscì di casa quella mattina, sintetizza il sito della tv americana. “Fui sorpresa che si trovasse con le altre cose. Ciò mi dimostra che il poliziotto è colui che ha portato (gli effetti di Regeni) con lui”, ha detto la donna che ha attribuito il portafogli con la parole “Love” a sua madre, gli occhiali da sole al suo fratello minore Sameh, telefono ed auricolari al fratello Saad. Dei due uomini era a suo dire anche il borsone rosso. Rasha ha sostenuto di aver potuto udire, quando qualcuno ha aperto il telefonino del marito, sia un colpo che lo ha ucciso sia l’implorazione fatta dal proprio fratello per evitare di fare la stessa fine: “Ho sentito un rumore che non ho capito cosa fosse. Pensai a un problema di rete. Ho aspettato e ho sentito mio fratello Saad dire: ‘Sì basha, perchè sei agitato, basha? Dimmi che vuoi, giuro su Dio che farò ciò che vuoi, basha”, ha riferito la donna usando l’epiteto (basha) con cui in Egitto ci si rivolge ai superiori o in particolare alla polizia. Fra l’altro, Rasha ha confermato che i corpi delle cinque vittime erano crivellati di colpi nonostante non fossero armati: “tutti i loro corpi sembravano essere stati usati per il tiro al bersaglio”, ha detto basandosi evidentemente sul racconto del fratello Sameh il quale, come riferisce la Cnn, è stato l’unico dei familiari cui è stato consentito di vedere i cadaveri all’obitorio.