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Il tenero Gallera e quei cattivoni che stanno sempre in giro a Milano

L’assessore al Welfare continua a dare la colpa a chi esce in violazione della quarantena per il Coronavirus fuori controllo a Milano e in Lombardia. Eppure i medici di base lasciati senza protezioni, i disoccupati e i ragazzi nei casermoni di periferia e gli spostamenti di chi continua a lavorare dovrebbero dirgli qualcosa. No?

“Molti ci dicono che c’è ancora troppa gente in giro. Avete perfettamente ragione. I controlli li fanno le forze dell’ordine e la polizia locale. Sono loro che devono garantire il fatto che le quarantene vengano rispettate e la gente non esca di casa. Noi interloquiamo costantemente sia con gli amministratori locali sia con le prefetture affinché siano molto capillari e rigidi nel fare tutto questo”: nella consueta diretta-televendita su Facebook ieri l’assessore al Welfare della Lombardia Giulio Gallera ha continuato nella consueta arte di dare la colpa a qualcun altro quando le cose vanno male (la legge di Jones) in cui si è specializzata da più di un mese la Regione guidata da Attilio Fontana.

Il tenero Gallera e quei cattivoni che stanno sempre in giro a Milano

Se quindi i numeri del Coronavirus SARS-COV-2 e di COVID-19 a Milano sono fuori controllo, questo dipende dai cattivoni che bighellonano sotto la Madunina senza soluzione di continuità: “Quello che spetta alla Regione è lavorare sul sistema sanitario, dare indicazioni, tenere i rapporti. Il controllo del territorio e la garanzia del rispetto della quarantena spetta alle forze dell’ordine e le polizie locali”. “Noi siamo consapevoli di quello che sta succedendo e richiamiamo tutti a stare in casa – ha aggiunto -. C’è un grande sforzo di tutti gli apparati ma come dicono i cittadini, bisogna essere ancora più incisivi perché c’è ancora troppa gente, e questo crea esasperazione per chi la quarantena la rispetta”.

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I numeri del Coronavirus in Lombardia (fonte dati)

Eppure boh, i numeri non sembrano per niente confermare quello che sostiene Gallera. O meglio, sembrano dire l’esatto contrario. Quelli sulla mobilità nella regione dicono che sempre più persone rimangono a casa sempre per più tempo. Eppure i contagi in Lombardia non si fermano. Perché?

Già, perché? Qualche elemento lo fornisce il direttore del dipartimento di malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità Giovanni Rezza: «Il distanziamento sociale ha attenuato gli effetti — dice Rezza — ma la situazione non è del tutto sotto controllo perché possono esserci diverse catene di trasmissione del contagio e luoghi dove le misure non vengono completamente rispettate. Famiglie? Condomini? Questi punti di domanda vanno sommati al fatto che stiano facendo più tamponi».

Coronavirus: perché i contagi in Lombardia non si fermano

Il direttore del dipartimento di malattie infettive dell’ospedale Sacco, Massimo Galli, la spiega così: «A Milano sono state chiuse in casa moltissime persone già contagiate e tra le mura domestiche si sta creando il problema di ulteriori infezioni. Può darsi che alcune abbiano fatto capolino fuori, nelle sortite consentite per lavoro, ma tanti sono rimasti in quarantena senza tenere a distanza i familiari». Carlo La Vecchia, epidemiologo della Statale, ragiona sulla stessa linea: «Milano è stata chiusa un mese fa. Il fatto che ci siano ancora così tanti contagi riflette una serie di contatti in famiglia e un gran numero di infettati, magari con sintomi lievi, che esplode adesso». Il caso Milano preoccupa ancora il professor Galli «perché se hai tanta gente infettata in casa ti puoi aspettare ancora un flusso non trascurabile di persone che avrà bisogno di assistenza».

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Coronavirus, l’indice di miglioramento (La Repubblica, 14 aprile 2020)

Ma se non bastano gli esperti allora si possono ascoltare i malati. Repubblica ha sentito Camilla Invernizzi, 53 anni, amministratore delegato di ArtsFor, società di progetti di comunicazione:

Come vi siete regolati per la quarantena?
«Il numero verde della Regione aveva detto di lasciar passare 14 giorni dagli ultimi sintomi. Un amico medico ha consigliato al mio compagno di aspettare tre settimane prima di vedere i suoi figli: cosa che lui ha fatto. Anche io dopo tre settimane sono uscita di casa: sono andata a comprare le mascherine dal giornalaio a 4 euro l’una. Ho fatto la spesa. Adesso se ne vengono fuori dicendo che ci vogliono 28 giorni di quarantena. Chissà se nel frattempo abbiamo contagiato altri senza saperlo».

Siete ancora preoccupati?
«Siamo amareggiati per come è stata gestita questa epidemia. Le famiglie sono state lasciate sole e senza tamponi, sono arrivate informazioni poco chiare e contraddittorie, i rischi di contagio inconsapevole così si sono moltiplicati».

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Oppure si potrebbero ascoltare i medici di famiglia, come ha fatto Gad Lerner:

E allora, per capirci di più, bisogna ascoltare la voce dei medici di base lasciati per settimane senza strumenti di protezione e senza protocolli farmacologici adeguati. Quando li ho incontrati che facevano la fila in un hub di periferia per ritirare finalmente tre mascherine e tre flaconi a testa distribuiti dal Comune, i loro racconti spiegavano molto: malati rimasti a casa che contagiano i familiari. E in assenza di consegna di pacchi alimentari a domicilio, tante madri di famiglia che vanno a fare la spesa portandosi dietro il virus invisibile.

Basta conoscere i cortili interni dei casermoni di periferia, dove si affolla una popolazione di ragazzi rimasti senza scuola e di adulti disoccupati, per intuire quali siano i veicoli inconsapevoli del contagio. Se ci aggiungete gli spostamenti di centinaia di migliaia di persone che continuano a spostarsi per lavorare, diventa più facile comprendere su quali gambe incede l’epidemia. Troppo comodo scaricare la responsabilità sui milanesi indisciplinati che vanno ancora in giro, o addirittura sulla presunta indulgenza delle forze dell’ordine, come fa l’assessore regionale Gallera. Smettiamola di dare la colpa ai runner o ai proprietari di cani. Non ci crede più nessuno. Il contagio avanza nelle case, si trasmette nelle famiglie numerose e nei luoghi di lavoro.

Tutto questo serve per capire che se Milano e la Lombardia sono i grandi malati d’Italia, è il medico pietoso che fa la ferita infetta.

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