Putin accusa Erdogan di complicità con i terroristi dell'ISIS nel traffico di petrolio, le prove sembrano schiaccianti ma alla prova dei fatti qualcosa non torna

Giovanni Drogo

Da una parte lo Zar dall’altra il Sultano, Russia e Turchia sono ai ferri corti dopo che due F-16 di Ankara hanno abbattuto il Su-24 russo che stava operando sul teatro di guerra siriano. Al momento il pericolo di un conflitto militare sembra definitivamente scongiurato, non conviene alla Russia mettersi contro uno dei più preziosi alleati della NATO e soprattutto degli USA nella regione. Non conviene ai turchi esasperare ulteriormente la situazione, perché la loro posizione riguardo la guerra in Siria è tutt’altro che trasparente. Qualcuno ricorderà di quando, mentre Kobane era sotto assedio dell’ISIS le truppe dell’esercito turco bombardavano le postazioni curde impedendo alla popolazione siriana di trovare la salvezza in Turchia. Altri invece potrebbero far presente che fino ad oggi i turchi hanno fatto poco o niente per fermare il traffico di esseri umani che tentano il balzo verso l’Europa proprio dalle loro coste. Dall’altra parte del confine i russi non fanno certo mistero di bombardare non solo le postazioni dell’ISIS ma anche quelle dei ribelli anti-Assad.

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La mappa del traffico di petrolio in Siria secondo il Corriere della Sera

Le accuse del Cremlino ad Ankara

In qualche modo però le tensioni tra i due paesi devono trovare occasione di sfogarsi, al momento la guerra dei russi con la Turchia è combattuta a livello economico. Diverse aziende turche che operavano in Russia sono state costrette a chiudere i battenti e i turisti russi sono stati caldamente invitati a non scegliere la Turchia come meta per le loro vacanze. Questo è il contesto nel quale sono arrivate le gravissime accuse del viceministro della Difesa russo Anatolij Antonov che ha detto in una conferenza stampa che «La Turchia è il principale utilizzatore del petrolio rubato alla Siria e all’Iraq. Il presidente Erdogan e la sua famiglia sono coinvolti in questo traffico criminale». Si torna quindi a battere la pista dei finanziatori dell’ISIS. Argomento sul quale in questi mesi sono emerse ben poche certezze. Per i russi invece ci sarebbero le prove che Ankara avrebbe fatto abbattere il bombardiere russo proprio perché con le sue azioni militari la Russia stava minacciando il traffico di petrolio siriano verso la Turchia. Ma non solo: a profittare della vendita del greggio siriano estratto dai pozzi sotto il controllo degli uomini del Califfo Al Baghdadi sarebbe proprio la famiglia del Primo Ministro turco Recep Tayyip Erdogan, direttamente coinvolta nel contrabbando e nella vendita del petrolio.

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Secondo i russi questa foto ritrae un convoglio di autocisterne cariche di petrolio dell’ISIS

Le prove del Ministero della Difesa russo

Un’affermazione anticipata anche da Vladimir Putin che qualche giorno fa aveva parlato di colonne di veicoli che trasportano greggio giorno e notte dalle aree controllate dall’ISIS fino in Turchia come una sorta di “condotta petrolifera vivente”. Da parte sua Erdogan ha furiosamente rigettato ogni accusa, dicendo di essere pronto a dimettersi nel caso le dichiarazioni del Governo russo venissero confermate. Visto il livello di popolarità che Erdogan gode nel Paese una mossa del genere è altamente improbabile. Ma cosa c’è di vero in quanto sostengono i russi? Da qualche parte il petrolio dei pozzi caduti in mano all’ISIS in Iraq e in Siria deve pur finire. Anche se è vero che non rappresenta la fonte maggiore di finanziamento di Daesh la vendita di greggio continua a costituire una voce importante nelle entrate del bilancio dello Stato Islamico. Secondo il Ministero della Difesa russo in seguito alle operazioni militari russe in Siria la capacità produttiva dei pozzi petroliferi dell’ISIS è notevolmente diminuita.

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Per raggiungere la Turchia il greggio passerebbe attraverso aree controllate da tutte le fazioni che si oppongno ad Assad: Al Nusra, le forze curde siriane e i combattenti peshmerga. I russi non lo dicono ma è evidente l’intento di screditare tutte le forze di opposizione al regime di Damasco.

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Che fine fa il petrolio prodotto dall’ISIS?

I russi hanno anche fornito prove fotografiche dei convogli di autocisterne (camuffati da semplici TIR) che entrano in Turchia al valico di Azaz da dove poi proseguirebbero verso i porti turchi di Dörtyol e di Scanderoon. Ed è qui che nella narrazione russa entrerebbe in gioco la famiglia di Erdogan. Uno dei figli del Premier turco infatti possiede diverse compagnie di navigazione. In realtà in quanto detto dai russi non c’è molto di nuovo, quasi due mesi fa il Financial Times raccontava il viaggio di un barile di petrolio del Califfato attraverso la Siria. Le cose però sono leggermente diverse da come le raccontano Putin e Antonov. Perché a quanto pare buona parte del greggio viene raffinato e rivenduto in Siria, non dobbiamo dimenticare che tutte le forze in campo hanno bisogno di carburante per poter proseguire la guerra civile. Il fatto è che tutta la Siria è in questo momento dipendente (in misure diverse) dal petrolio estratto e raffinato dai tecnici di Daesh. Questo è anche uno dei motivi per cui è così difficile fermare il traffico di petrolio dall’Iraq e dalla Siria. Perché il rischio è quello di mettere in crisi le capacità di combattimento delle varie fazioni e la sopravvivenza della popolazione civile.

The importance of Isis oil to those living in rebel-held areas of Syria is one reason why the US-led coalition has been reluctant to target the group’s trade routes. The coalition says it is wary of alienating local populations by bombing fuel now critical for their daily lives.

A quanto pare l’ISIS è maggiormente interessata a vendere direttamente il greggio o il carburante raffinato che a contrabbandarlo perché sarebbe un’operazione troppo complicata da gestire.

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Il ciclo di produzione del carburante con il petrolio dell’ISIS (fonte: http://www.ft.com/cms/s/2/b8234932-719b-11e5-ad6d-f4ed76f0900a.html#axzz3tFPFM8R1)

Ci sono inoltre diverse raffinerie gestite direttamente da altri gruppi ribelli, la qualità della benzina prodotta in queste strutture però è considerata generalmente inferiore a quella delle raffinerie dell’ISIS. Ma chi si occupa del contrabbando? C’è stato un periodo in cui l’ISIS gestiva tutta la catena di distribuzione che ora pare essere in mano ad altri, contrabbandieri e imprenditori criminali che – con una certa complicità delle autorità turche (ma non solo) – sono in grado di far uscire il carburante dal Paese. Ma anche in virtù della qualità del petrolio siriano, e del calo dei prezzi, il contrabbando sta diventando un’attività sempre meno redditizia.

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La mappa del Financial Times sul traffico di petrolio in Siria (fonte: http://ig.ft.com/)

Anche il Time spiega oggi che buona parte del greggio viene raffinato in loco e rivenduto a tutti, perché gli affari sono affari e per l’ISIS l’importante è fare soldi. Quindi il petrolio verrebbe venduto a tutti, anche alle forze fedeli ad Assad. Quindi non ci sono prove che sia l’ISIS a vendere direttamente il petrolio in Turchia, anzi è probabile che questo commercio sia svolto da intermediari che vanno a prendere l’oro nero direttamente nelle raffinerie dell’ISIS per poi trasportarlo attraverso la Siria. Quali sono quindi le reali responsabilità della Turchia? In modo molto prudente si può dire che il fatto che i turchi abbiano spesso chiuso un occhio su quello che avviene sul confine turco-siriano, per poter aiutare e rafforzare le milizie di Al Nusra e cercare di rovesciare Assad. Ci sono prove che Erdogan e la sua famiglia siano direttamente coinvolti? Al momento no, ma senza dubbio l’ambiguità turca nel modo di gestire la propria parte di responsabilità ha senza dubbio dato una mano a tutti coloro che stanno facendo affari in Siria, anche con il petrolio.

Giovanni Drogo

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