Economia

Italia: un paese ricco popolato da poveri?

CRISI

L’Italia è in crisi economica ed è una crisi strana, sfuggente, che a volte si appalesa e a volte si nasconde, fra dati statistici che dicono tutto e il contrario di tutto. Quand’è che un paese si definisce in crisi economica? Può sembrare una domanda banale, ma non lo è. In passato le economie occidentali hanno conosciuto crisi nette ed evidenti: povertà dilagante, suicidi, strade affollate di mendicanti e senzatetto, inflazione alle stelle, banche chiuse. Oggi le economie di gran parte dei paesi del mondo sono fortemente intrecciate tra loro e la presenza di istituzioni internazionali che hanno come scopo, diretto o indiretto, proprio quello di garantire la stabilità per impedire travolgenti effetti domino, impedisce che le crisi si manifestino con la stessa evidenza e drammaticità. Alcuni esempi? Il Fondo Monetario Internazionale, creato nel 1944 (quando la Seconda Guerra Mondiale volgeva al termine e si affacciava la sfida di ricostruire un mondo sfigurato dalle bombe) per gestire ordinatamente lo sviluppo economico e la ricostruzione, oggi svolge un ruolo importante per stabilizzare i rapporti di scambio tra le valute e per soccorrere le economie in difficoltà. La Banca Centrale Europea ha il compito di garantire la stabilità economica e monetaria nelle nazioni dell’area Euro. La Banca d’Italia, a sua volta, garantisce la solidità finanziaria del sistema bancario italiano e la sicurezza dei risparmi. Grazie a questi meccanismi, a volte è persino difficile rendersi conto che siamo davvero in una situazione di crisi economica, perché in genere le manovre correttive consentono di superare la criticità in tempi relativamente brevi. Ma cos’è, in effetti, una crisi economica? Qual’è la sua definizione? Per crisi economica si intende un periodo di recessione, nel quale il PIL (Prodotto Interno Lordo), ossia la produzione di beni e servizi, non aumenta o, peggio, diminuisce, e la disoccupazione aumenta. Si viene a innescare, così, un effetto concatenato. Se la produzione diminuisce, le imprese non assumono e licenziano. L’aumento della disoccupazione comporta una diminuzione dei consumi. Se i consumi diminuiscono, la produzione diminuisce ulteriormente e le imprese chiudono, facendo aumentare ulteriormente la disoccupazione e così via. Per interrompere la catena prima che si arrivi al collasso, generalmente i Governi ricorrono a misure di sostegno per le imprese e per l’occupazione, aumentando il debito pubblico con l’obiettivo di recuperarlo una volta che l’economia si è ripresa e il gettito fiscale è aumentato.
 
PIL E OCCUPAZIONE
PIL e occupazione, quindi. La situazione italiana sotto questo profilo com’è? Diamo un’occhiata alla tabella di fonte ISTAT che mostra l’andamento del PIL tra il 2000 e il 2012, tenendo conto che le cifre indicate hanno come valore di riferimento quello dell’Euro nel 2005:

ISTAT valori PIL
Valori annuali del PIL

Dai 1229 miliardi del 2000 (che possiamo considerare un anno “pre-crisi”, visto che è precedente a due fattori che hanno notevolmente influenzato l’economia mondiale ed europea: gli attentati dell’11 settembre 2001 e l’introduzione dell’Euro) si è passati ai 1255 miliardi del 2012. L’andamento mostra una crescita fino al 2007 per poi passare a un calo che ha fatto perdere circa 100 miliardi di produzione nel giro di 5 anni. Dal punto di vista del PIL, quindi, la crisi inizia nel 2008. Diamo un’occhiata all’andamento dell’occupazione. L’occupazione femminile nel 2008 era pari a 9.341.000 unità mentre quella maschile contava 14.064.000 lavoratori. Nel 2012 i due dati sono, rispettivamente, pari a 9.458.000 e 13.441.000 e questo significa che nel giro di quei cinque anni i lavoratori sono diminuiti da 23.405.000 a 22.899.000 unità (dati CNEL). Sono mezzo milione di posti di lavoro in meno.
 
IL BENESSERE ECONOMICO
Nel frattempo, la popolazione residente in Italia ha continuato a crescere, soprattutto grazie all’immigrazione, come mostrano queste due tabelle di fonte ISTAT:
Popolazione residente
Popolazione residente (ISTAT)

Stranieri residenti
Stranieri residenti (ISTAT)

La popolazione continua ad aumentare mentre la produzione e il lavoro diminuiscono, è evidente che la ricchezza pro-capite è in calo e pertanto il paese è in recessione. Ma è così per tutti? Un indicatore molto significativo del benessere (e di converso del malessere) economico è dato dalla quantità di immatricolazioni di nuove automobili. Nella tabella che segue (fonte Motornet) vediamo i dati di immatricolazione in Italia, anno per anno, di autovetture italiane e straniere (e la percentuale delle seconde sul totale):
Immatricolazioni
Immatricolazioni (Motornet)

Il dato è davvero impressionante. Nel 2007 erano state immatricolate oltre quattro milioni di auto, nel 2013 siamo scesi alla metà. I dati sulla consistenza dell’intero parco veicoli circolante, mostrano, però, una tendenza diversa. Secondo i dati ACI nel 2008 in Italia c’erano 5.859.000 motoveicoli e 36.105.000 autovetture, mentre nel 2012 i valori salgono a 6.402.000 motoveicoli e a oltre 37 milioni di autoveicoli. Ciò significa che gli italiani comprano meno auto nuove e aumenta il numero di veicoli usati in circolazione. In sostanza, gli italiani non rinunciano all’auto (nemmeno con l’impennata dei prezzi dei carburanti) ma non hanno soldi per comprarne una nuova. Non tutti gli italiani, però.
 
MA LE AUTO DI LUSSO SI VENDONO
Spulciare tra i dati del mercato automobilistico consente di trarre anche altre indicazioni interessanti, come si può vedere in quest’altra  tabella (dati del Ministero dei Trasporti) che mostra il numero di  immatricolazioni di autoveicoli suddiviso per marca e riferito ai primi 8 mesi del 2014 comparati rispetto allo stesso periodo del 2013:
Nuove auto per marca
Nuove auto per marca

Le Ferrari immatricolate sono passate da 159 a 181, le Maserati da 129 a 898, le Porsche da 1.773 a 2.725. Anche i dati sulle immatricolazione di marche meno esclusive ma comunque notoriamente costose sia in termini di acquisto che di manutenzione presentano il segno positivo: quasi 29 mila BMW, oltre 9000 Land Rover e 35.000 Audi, 31.500 Mercedes. Insomma, c’è un’Italia che non sembra risentire della crisi e le immatricolazioni di veicoli costituiscono un dato oggettivo, perché riguarda beni registrati. Non è possibile sapere quanti diamanti o quanti Rolex o quante borse di Louis Vuitton comprano gli italiani, sia perché il dato non è disponibile sia perché non possiamo sapere se gli acquirenti siano italiani piuttosto che turisti, ma si può essere ragionevolmente certi che una Ferrari venduta e immatricolata in Italia è un bene acquistato e posseduto da un cittadino italiano. Abbiamo un buon numero di italiani che anziché impoverirsi si arricchisce e compra beni esclusivi (anche a dispetto dei controlli e delle incursioni della Guardia di Finanza che utilizzano questi beni come indicatore di ricchezza) mentre il resto dell’Italia si impoverisce e perde lavoro. Se qualcuno pensa che i dati sulle immatricolazioni dei veicoli non bastano, da soli, a fornire indicazioni assolute su un argomento così complesso, possiamo dare uno sguardo alle registrazioni delle imbarcazioni da diporto di lunghezza superiore ai 10 metri (dati del Ministero dei Trasporti): da 40.241 nel 2007 si è passati a 47.661 nel 2012. Nonostante la crisi, quindi, è aumentato il numero di italiani che possono permettersi di acquistare e mantenere un’imbarcazione da diporto più lunga di 10 metri (e con costi di svariate decine di migliaia di euro).
 
IL CASO DEI COMPRO ORO
Ma come si fa ad arricchirsi in un periodo di recessione? La cosa non è poi così strana come sembra. Facciamo un esempio banale. In tempo di crisi la gente ha bisogno di recuperare denaro e dà via il proprio oro. Chi è in grado di comprarlo può realizzare ingenti guadagni in poco tempo ed è questa la ragione del proliferare dei “Compro Oro” negli ultimi anni. Ancora, quando la gente ha meno soldi aumenta la richiesta di beni e servizi a basso costo. Un commerciante che venda prodotti economici e di qualità accettabile probabilmente aumenterà di molto il proprio fatturato. Ci sono, poi, meccanismi di arricchimento meno diretti ed evidenti degli esempi citati. Di solito la crisi comporta una riduzione del gettito fiscale (perché diminuiscono i consumi) e la spesa pubblica viene tagliata in certi settori per recuperare le risorse necessarie a finanziarie le iniziative di sostegno alle imprese e all’occupazione. I tagli alla sanità provocano un calo nella quantità e qualità dei servizi erogati dalle Aziende Sanitarie e di ciò beneficiano le strutture mediche private e i liberi professionisti che operano nel settore. I finanziamenti pubblici, a loro volta, costituiscono una ghiotta torta da spartire per chi ha le “mani in pasta” e le conoscenze giuste. E che dire di interessi e costo del denaro? Con la crisi, la BCE ha progressivamente diminuito il costo del denaro, ormai prossimo allo zero. Prendere denaro costa solo un interesse dello 0,05% ma Banche e Finanziarie prestano il proprio denaro a tassi centinaia di volte superiori, che si aggirano intorno al 5-8 %. Anche il passaggio all’Euro ha comportato un arricchimento in alcune categorie: mentre gli stipendi da lavoro dipendente sono rimasti sostanzialmente fedeli al tasso di cambio (per cui chi guadagnava due milioni al mese è passato a mille euro), i costi di alcune categorie di beni e – soprattutto – servizi sono aumentati vertiginosamente paragonando 1 euro a 1000 lire. Ciò che costava 1000 euro è passato a costare 1 euro (ossia 2000 lire) e a beneficiare del cambio sono state soprattutto alcune categorie di professionisti, le cui parcelle, di fatto, si sono raddoppiate.
 
LA DISUGUAGLIANZA
Il punto è che se una parte della popolazione si impoverisce sempre più mentre un’altra parte si arricchisce, si crea un solco sociale che può avere effetti molto gravi e tradursi in gravi tensioni. La situazione è già stata focalizzata dalla Banca d’Italia: metà della ricchezza del Paese è in mano al 10% della popolazione. E che qualcuno accumuli sempre maggiore ricchezza è testimoniato dall’aumento esponenziale della fuga di capitali all’estero, con ritmi che sfiorano i 30 miliardi al mese. Di fronte a questo dato, un Governo dovrebbe studiare e applicare misure idonee a ridistribuire almeno una parte della ricchezza tra la popolazione, ma non sembra che ciò stia avvenendo. Gran parte delle tasse sono lineari e non hanno alcun principio di proporzionalità. Aumentarle ulteriormente danneggia e impoverisce chi ha redditi più bassi ma non riesce nemmeno a scalfire chi può contare su entrate astronomiche. Sinora il benessere accumulato dalle famiglie italiane (che spesso si traduce nel poter contare sui propri genitori, sulla loro casa di proprietà e sulle loro pensioni) ha ammortizzato gran parte del malessere e calmierato le tensioni, ma se non si ridistribuisce la ricchezza o almeno una parte di essa, la situazione potrebbe arrivare a un punto di rottura. Tra le altre cose, occorrono una riforma del sistema fiscale e una profonda revisione di quei meccanismi che tengono in vita vere e proprie caste di arricchimento. In caso contrario, il nostro diventerà un paese ricco, popolato da poveri. E non è questa l’Italia che dobbiamo lasciare in eredità alle prossime generazioni.