Economia

Quanto ci guadagnano i paesi con l'immigrazione?

L’immigrazione è davvero un problema per il Regno Unito?  Seppur con sfumature diverse lo sostengono il premier inglese David Cameron e il leader dell’UKIP Nigel Farage, secondo i quali il costante arrivo di immigrati (anche dai paesi europei) in Gran Bretagna danneggia le casse dello Stato ed è un peso per le politiche del welfare britannico. Di recente il premier inglese ha anche avanzato la richiesta di rivedere i trattati che regolano i flussi migratori intraeuropei, una mossa che ha fatto andare su tutte le furie la cancelliera tedesca Angela Merkel. Le cose forse non stanno esattamente come ce le raccontano Cameron e Farage, ce lo spiega una ricerca pubblicata dall’Economic Journal della quale ci parlano il Guardian e la BBC.
 
FORZA LAVORO QUALIFICATA 
Il Regno Unito, rivela la ricerca condotta da Christian Dustmann e Tommaso Frattini due studiosi di economia delle migrazioni dell’University College di Londra, ha una spiccata abilità nell’attrarre la forza lavoro più qualificata e preparata. Una capacità superiore a quella della stessa Germania. Lo studio “The Fiscal Effects of Immigration to the UK” il cui obbiettivo è quello di capire l’impatto fiscale avuto dell’immigrazione sull’economia inglese dal 1995 al 2011 mostra come il 60% degli immigrati provenienti dall’Europa del Sud e da quella occidentale siano in possesso di un titolo di studio universitario: per fare un paragone solo il 24% della forza lavoro inglese ha un diploma universitario di un qualche livello. Naturalmente questo non significa che in Gran Bretagna non ci sono laureati; ad esempio secondo il Sole 24 Ore in Italia l’indice di coloro in possesso di un titolo di di studio universitario è tra i più bassi in Europa: il 22.4%.
 
 
RAPPORTO POSITIVO TRA CONTRIBUTI E SPESA PUBBLICA
Lo studio di Dustmann e Frattini evidenzia l’esistenza di un contributo positivo da parte degli immigrati europei in Gran Bretagna se si tiene in considerazione l’entità del prelievo fiscale in rapporto a quanto ricevono dallo Stato in termini di benefici. In parole povere un immigrato dai paesi europei “costa” al Regno Unito meno di quanto lo stesso immigrato versa in tasse. Lo studio evidenzia un saldo positivo tra contributi fiscali versati e spesa pubblica per gli immigrati europei. Non così vanno le cose per gli immigrati che provengono da paesi al di fuori dell’Unione Europea, il loro peso sul bilancio della spesa pubblica è maggiore, ovvero contribuiscono meno di quanto ricevano. Lo stesso però vale anche per i cittadini inglesi il cui costo incide di più sul welfare di quanto vadano a contribuire con il pagamento delle tasse. I risultati della ricerca sono lusinghieri per il Regno Unito dal momento che le cose non vanno allo stesso modo in altri paesi europei, ad esempio la Norvegia, dove invece gli immigrati incidono molto di più sulla spesa pubblica rispetto alla popolazione locale.

Rapporto tra contributi versati e benefici ricevuti dalle varie categorie di popolazione inglese (fonte: BBC.com)
Rapporto tra contributi versati e benefici ricevuti dalle varie categorie di popolazione inglese (fonte: BBC.com)

Nel conto va anche tenuto in considerazione il fatto che, come detto sopra, la forza lavoro proveniente dai paesi europei è molto qualificata. Questo si traduce in un ulteriore risparmio, secondo Dustmann, per il Regno Unito. Per fornire lo stesso tipo di educazione universitaria l’UK avrebbe dovuto spendere una cifra pari a 6.8 miliardi di sterline. Un costo che invece è stato sostenuto (in perdita) dai paesi d’origine dei migranti a tutto vantaggio dell’economia britannica. Inoltre lo studio evidenzia anche come gli immigrati arrivati dal 2000 hanno il 43% di probabilità in meno di ricevere sussidi o benefici fiscali e il 7% in meno di accedere a servizi di sostegno sociale finanziati dalla spesa pubblica come gli alloggi popolari.
 
LE CRITICHE ALLO STUDIO
I risultati dello studio Dustmann/Frattini sono stati criticati da più parti. David Green del centro studi di centro-destra Civitas fa notare sul Guardian come l’arrivo di immigrati così qualificati impoverisca le nazioni di provenienza, in qualche modo rallentandone la crescita economica. Il costo della mancata crescita di un paese membro dell’Unione si riflette però sugli altri stati membri e quindi anche sul Regno Unito che è costretto a sostenerne una parte. Migration Watch UK invece critica le modalità con cui sono stati scelti i dati, accusando gli autori di aver privilegiato solo quelli che potevano essere utili a sostenere la loro tesi ed evitando accuratamente altri. Ad esempio gli autori avrebbero tenuto conto solo delle tasse pagate sul reddito derivante da lavoro dipendente e non delle variazioni dei tributi pagati dai lavoratori autonomi. Sir Andrew Green, il presidente di Migration Watch, ha detto alla BBC che una delle criticità principali dello studio è che non tiene conto  a sufficienza degli effetti sul lungo periodo dei flussi migratori sul welfare inglese. Infatti va tenuto conto che la forza lavoro immigrata che arriva in Regno Unito è composta prevalentemente da giovani che generalmente hanno pochi problemi di salute e il cui costo sociale, nel breve periodo, risulta essere basso. Ma questo non è necessariamente vero una volta che la popolazione immigrata inizia ad invecchiare. Il vero problema della ricerca è che tiene in considerazione una forza lavoro ideale: quella la cui istruzione non è stato un costo per il paese ospitante, che lavorerà per un certo periodo di tempo pagando le tasse ma che è probabile non si stabilirà definitivamente, preferendo fare ritorno in patria una volta arrivata alla pensione. Cosa succederebbe invece se i migranti mettessero radici in  modo definitivo? L’impatto politico e sociale di questa domanda è ancora tutto da valutare, tra coloro che considerano gli stranieri una risorsa e quelli che invece li vedono solo come un costo e un peso.
Foto copertina via Wikipedia.org