Economia

Cosa trama l'Europa su Renzi e il referendum

renzi-lettera-referendum

La letterina della Commissione Europea all’Italia è arrivata ieri e il governo italiano dovrà rispondere entro domani. «L’Italia ha ottenuto grande flessibilità di bilancio sia nel 2015 che nel 2016», ricordano nel testo i commissari Ue Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici, ma lo ha avuto a fronte di un impegno a ridurre il disavanzo nominale del 2017 all’1,8% del prodotto interno lordo: un impegno che invece è saltato, come quello per la riduzione del deficit strutturale.
lettera europa renzi

Cosa trama l’Europa su Renzi e il referendum

«Una valutazione preliminare del Documento Programmatico di Bilancio suggerisce che il cambiamento pianificato nel bilancio strutturale del 2017 è negativo e ben inferiore allo 0,6% del pil raccomandato dal Consiglio Ecofin a luglio» si legge nella lettera, in cui si chiedono spiegazioni sulle ragioni che hanno indotto a modificare gli obiettivi di bilancio, ma anche dettagli sulle spese ritenute “eccezionali” dal governo per il sisma e l’immigrazione. Gli impegni presi dal governo, aggiungono i commissari, erano per giunta un fattore chiave nella valutazione che aveva evitato all’Italia le sanzioni per aver infranto le regole sulla riduzione del debito pubblico già nel 2015. Eppure, chiudono, i commissari si attendono soltanto maggiori spiegazioni sul budget e auspicano che continui il “dialogo costruttivo” con Roma. Un po’ poco per chi si attendeva una stroncatura. Molto, invece, per una Commissione Europea in mezzo al guado, stretta tra le necessità politiche di Bruxelles e la contingenza di un governo italiano a rischio a causa del referendum sulle riforme. Per questo la lettera dell’Europa va letta in controluce. Spiega oggi Dino Pesole sul Sole 24 Ore che il richiamo sul rispetto degli impegni assunti va letto anche alla luce delle scadenze elettorali, di cui la Commissione sembra tenere molto conto:

Per il deficit strutturale, a fronte della richiesta di Bruxelles di operare un taglio nel 2017 dello 0,6%, si registra al contrario un incremento dello 0,4 per cento. Per il debito, le nuove stime governative fissano il livello del 2016 a quota 132,8% del Pil, mentre era stata annunciata una riduzione al 132,4 per cento. Impegno non mantenuto sul debito – ribatte il Governo – a causa della bassa crescita e dell’inflazione vicina allo zero. Componente fondamentale, quest’ultima, se si considera che il valore del debito in rapporto al Pil viene espresso in termini nominali.
Nel coacervo di debolezze politiche in cui si dibattono le istituzioni europee e i governi (rese plasticamente evidenti dallo stop al trattato commerciale con il Canada decretato dalla Vallonia), emerge a Bruxelles il timore che il braccio di ferro con Roma finisca nel tritacarne della campagna elettorale in corso. Ecco allora emergere l’opzione di riserva: giudizio in più tappe, e comunque non prima dell’Eurogruppo fissato per il 5 dicembre. Vi è dunque da attendersi nelle prossime settimane un intensificarsi del confronto/scontro tra Roma e Bruxelles. La manovra – ribadisce Padoan – manterrà il suo impianto generale anche dopo il confronto con la Commissione europea. Prossima tappa, la risposta del Tesoro ai rilievi e alle richieste di chiarimenti di Bruxelles.

lettera europa renzi referendum
Ma proprio per questo va letta con attenzione la trama. Ad esempio c’è quel riferimento alle metodologie di calcolo del bilancio, ovvero all’output gap protagonista delle lezioni di Padoan all’Europa di qualche tempo fa.

Il referendum e l’Europa 

Ovvero, come spiega oggi Alberto D’Argenio su Repubblica,  “Padoan chiede a Moscovici, responsabile degli Affari economici, di modificare la cosiddetta “matrice”, ossia i complicati criteri di calcolo dai quali escono le pagelle europee. In sostanza, per Roma la Ue sbaglia i conti e deve correggerli. Se questo avvenisse, e Roma vuole che si verifichi contestualmente alle previsioni di autunno, per l’Italia tutto andrebbe magicamente a posto, con il deficit (criticato nella lettera) che tornerebbe nei parametri chiudendo la partita. Ipotesi sul tavolo, che dalla Commissione non bollano come impossibile. «È una zona grigia, stiamo verificando se è fattibile», spiega un alto funzionario europeo. Il problema è che le nuove regole sono state approvate dai governi ed entrate in vigore appena da febbraio e modificarle in corsa dopo solo dieci mesi sarebbe politicamente difficile. Ma la strada è aperta”. Ma più interessante è notare la partita politica che ruota intorno alla lettera. Tecnicamente, Roma chiede lo scorporo dal deficit di tutte le spese affrontate nel 2017 per i rifugiati e per la ricostruzione dei terremoti che hanno colpito l’Italia in questi ultimi anni (da L’Aquila al Centro Italia passando per l’Emilia), mentre le regole Ue, che Renzi vuole forzare, prevedono solo lo sconto sull’aumento dei costi per i rifugiati rispetto al 2016 e la ricostruzione delle zone distrutte dal terremoto nell’ultimo anno. Niente su cui non si possa trovare un accordo, insomma. Il problema, molto più cogente, sono invece gli scenari successivi al voto del 4 dicembre: è lì che l’Europa punta. Perché rinviare il giudizio definitivo sulla Legge di Stabilità 2016 può essere un modo per dare il tempo a Renzi di modificarla.

L’esito di questo complesso negoziato si intuirà l’11 novembre, quando il collegio presieduto da Juncker avrà una prima discussione sulle “opinions”, le pagelle sulle manovre dei diversi paesi che saranno pubblicate cinque giorni dopo, il 16 novembre. Se per l’Italia tutto dovesse andare per il meglio, si tornerà all’accordo inizialmente chiuso in segreto tra Juncker e Renzi e che il premier ha fatto saltare con l’approvazione di una bozza di manovra che ha tradito le aspettative di Bruxelles: via libera con giudizio definitivo congelato fino alla primavera per tenere pressione su Roma (e poter influire nella scelta di un eventuale nuovo governo in caso di sconfitta di Renzi al referendum). Se invece il negoziato non sarà un successo, la pagella del 16 novembre farà a pezzi la manovra, ma Juncker aspetterà a bocciarla fino a quando non sarà approvata dal Parlamento, dando a Renzi il tempo di superare il referendum e modificarla. Se non lo farà da gennaio ogni momento sarà buono per bocciatura e procedura d’infrazione che potrebbe limitare la sovranità in campo economico.

Se però non dovesse farcela o se – peggio – il governo dovesse cadere, la procedura d’infrazione sarà la spada di Damocle sulla testa sua o del suo successore.