Economia

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Il -7% della Borsa di Shanghai ieri ha trascinato al ribasso le piazze mondiali causando il primo crollo del 2016. La cronaca dell’infarto cinese, che ha costretto tutte le Borse del mondo a cominciare il 2016 con un tramonto, inizia dai numeri cattivi dell’indice Caixan, il termometro della manifattura della Repubblica Popolare, sceso in dicembre a 48,2 dopo una serie — evidentemente troppo lunga — di risultati deludenti. Le vicende interne della Cina (paese socialista con capitalismo di Stato) sono ormai percepite dagli analisti di mercato come una minaccia permanente alla stabilità globale. E i mercati già ora si chiedono cosa avverrà con il venire al pettine dei nodi irrisolti dell’economia cinese. Spiega oggi Francesco Daveri sul Corriere:

Il primo di questi nodi è se il governo di Pechino sia in grado di governare la crescita come in passato. Un certo rallentamento dell’economia cinese è nelle cose, come già per altri miracoli economici asiatici come il Giappone e la Corea del sud. E infatti anche in Cina la crescita del 10% annuo del 1980-2010 è scesa al 7,5% del 2011-15 ed è prevista in ulteriore calo al 6,5% per il 2016-2020. L’inevitabile rallentamento è previsto e compreso dai mercati. La capacità del regime cinese di governare il rallentamento è invece meno certa di ieri. C’è poi da aggiungere che la Cina al rallentatore non è un paese come gli altri essenzialmente perché economicamente e demograficamente immenso.
E’ la seconda economia del mondo, con un prodotto interno lordo superiore ai diecimila miliardi di dollari – il 60% di quello degli Usa, i tre quarti di quello dell’eurozona e il doppio di quel lo giapponese. E’ un’economia che quando mette a segno un più sette per cento di crescita, genera 725 miliardi di dollari di redditi in più ogni anno, l’equivalente dell’intero Pil (Prodotto Interno Lordo) della Svizzera e poco meno di quello della Turchia. Una Cina che rallenta importa meno dai paesi confinanti e quindi trascina in giù le economie limitrofe, quelle avanzate come l’Australia (che vende materie prime al manifatturiero cinese) e quelle in via di sviluppo come il Vietnam (che della Cina è fornitore di lavoro a basso costo). L’instabilità della Cina non può quindi che trasmettersi prima di tutto agli altri paesi asiatici. Ma con una Cina che rallenta troppo pagano pegno anche i big del settore automobilistico tedesco e i produttori di beni di lusso italiani e francesi.

 
 

cosa succede alle borse
Le previsioni di crescita e i risultati delle Borse (Corriere della Sera, 5 gennaio 2015)