Economia

Cosa c'è nel piano di Tsipras per la Grecia nell'euro (che non piace alla sinistra di Syriza)

Un nuovo piano sulle pensioni che prevede lo stop ai prepensionamenti e l’aumento dell’età pensionabile. Un aumento dell’aliquota principale dell’Iva. Una tassa di solidarietà per chi guadagna più di trentamila euro. E zero deficit, pena il taglio della spesa pubblica. Più l’avanzo primario in crescita nei prossimi anni. Il piano di Tsipras per salvare la Grecia nell’euro presentato ieri è uno sforzo doloroso per Atene e ha portato alle proteste della sinistra di Syriza, ma forse ha finito per fare breccia tra le Istituzioni e i creditori.  Il nuovo documento, ha spiegato il ministro dell’Economia greco Giorgios Stathakis, contiene nuove tasse sui ricchi e sulle aziende, un aumento dell’Iva su alcuni prodotti – elettricità esclusa – ma non ulteriori tagli a pensioni e stipendi pubblici, come volevano le istituzioni. Atene, ha spiegato, ha accolto le richieste dei creditori di raggiungere un avanzo primario dell’1% del Pil quest’anno, del 2% l’anno prossimo e del 3% nel 2017. E, per ora, è consapevole che non ci sarà un accordo sulla ristrutturazione del debito, nonostante le pressioni di Syriza. Ma si aspetta che i partner la mettano in agenda per i prossimi mesi. “Oggi non abbiamo parlato dei dettagli, ma la questione della sostenibilità finanziaria del debito deve far parte dell’accordo” e “in seno all’Eurogruppo bisognerà anche parlare delle condizioni di finanziamento”, ha detto la Merkel precisando però che “non si discute di ristrutturazione”.

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I termini del’accordo proposto dalla Grecia all’Europa (Il Sole 24 Ore, 23 giugno 2015)

IL PIANO DI TSIPRAS PER LA GRECIA NELL’EURO
E mentre la Grecia torna a scendere in piazza Syntagma a sostegno di Atene nell’euro, si ragiona sugli elementi del nuovo piano presentato da Alexis Tsipras. Sul quale nell’UE resta il dubbio che sia in grado di ottenere i risparmi promessi. E si discute anche della possibilità di allegerire il debito greco in presenza di un attivo di bilancio. Si parla di un allungamento delle scadenze obbligazionarie ai prossimi decenni. Mentre sembra scartata, per ora, la possibilità di ridurre il valore del debito. Spiega oggi Repubblica:

Il piano ellenico prevede anche 200 milioni di nuovi tagli alla difesa, 1,06 miliardi di tasse in più sui profitti aziendali, 1,36 miliardi grazie a una riforma dell’Iva che non tocca le aliquote sull’elettricità oltre a un giro di vite sulle licenze tv degli oligarchi (200 milioni in due anni)e sui beni di lusso e un contributo di solidarietà da 250 milioni l’anno sugli stipendi più alti. «Queste sono le prime vere proposteda parte greca dopo molte settimane», ha commentato il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk.
«Finalmente c’è una base per ricominciare le discussioni ed arrivare ad un accordo nei prossimi giorni, si è compiaciuto il presidente dell’eurogruppo Jeroen Dijsselbloem. L’Europa, insomma, sembra orientata a dire sì, previo qualche ultimo ritocco. E Syriza? «Per ora non rispondo, attendo dettagli – racconta un membro del Comitato Centrale turbato dai dubbi e dietro promessa di anonimato -. Mi addormento la sera con l’incubo di far cadere il primo governo di sinistra del paese. Mi sveglio la mattina pronto a combattere contro compromessi al ribasso».
L’astuta formulazione del piano di Tsipras (parto di Yanis Varoufakis, dicono in molti) potrebbe diventare l’alibi per un sì. Sul piede di guerra è anche Panos Kammenos, alleato di governo e leader della destra di Anel: «Se alzano l’Iva nelle isole (suo bacino elettorale, ndr) sarà guerra» ha detto. Si vedrà. L’opposizione è pronta a entrare in campo garantendo i suoi voti al premier. Ma il numero uno di Syriza sa che quella sarebbe la fine del suo governo, cosa che qualcuno sogna a Bruxelles. E se possibile ne farà ameno.

Questa quindi potrebbe essere la premessa per la ristrutturazione o la cancellazione del debito. Sulla quale però in Europa c’è maretta. Perché nel frattempo a mettersi di traverso sono Spagna, Portogallo e Irlanda, ovvero i paesi che hanno invece subito robuste dosi di austerità negli ultimi anni, guidate da governi conservatori che presto dovranno sottoporsi al giudizio degli elettori. Ai quali non sfuggirà – in Spagna se ne sono già accorti – che la cura dell’austerity alla fine poteva essere scampata, o per lo meno ne potevano essere ridiscussi i termini visto che la Grecia ci è riuscita. E questo non potrà non pesare sulle prossime urne. E anche sulla futura politica di bilancio dell’Unione Europea, visto che la possibile vittoria di Tsipras, che ha ottenuto comunque qualcosa in una posizione difficile e senza tanto spazio di manovra, non potrà che incoraggiare anche le guide politiche degli altri paesi a farla finita con l’austerità.
 

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L’esposizione della Grecia nei confronti dei debitori (Libero, 17 giugno 2015)

I CONSERVATORI TEDESCHI E L’ESTREMA SINISTRA GRECA DICONO NO

Agli sforzi evidenti di Angela Merkel, per salvare Atene, si contrappone la crescente disapprovazione dei conservatori, che presto potrebbero essere chiamati al voto nel Bundestag. E oggi il tabloid Bild ha lanciato un’analisi che sembrava un manifesto, schierandosi apertamente a favore dell’uscita dall’eurozona del Paese di Alexis Tsipras. “Ecco perchè siamo per il Grexit”, il titolo a tutta pagina. “La Grecia è già fallita di fatto”, ha scritto il giornale più letto dai tedeschi, definendo i giovani ellenici “ostaggio dell’euro e delle fallaci politiche europee”. La postilla dedicata ai contribuenti era la seguente: “Nessuno nel mondo ritiene che la Grecia restituirà mai i soldi ricevuti in prestito”. Bild, come noto, parla alla “pancia” del Paese, e la rappresenta: perchè i rilevamenti demoscopici segnano l’aumento dell’insofferenza generale di fronte all’ostinazione del duo Tsipras-Varoufakis. Ma sono diversi anche gli economisti e i politici di alto rango che mettono in guardia da “un cattivo accordo”: questo sì potrebbe provocare un effetto contagio sugli altri Paesi – è la tesi dell’influente presidente dell’Ifo, Hans-Werner Sinn -, indebolendo irrimediabilmente l’euro. Ma anche in Grecia Tsipras deve fare i conti con la sinistra del suo partito, che dell’accordo non sembra per nulla contenta:

Se Syriza è la coalizione di sinistra-sinistra che si è candidata anche in Italia alle ultime elezioni europee, Aristerì Platforma— la Piattaforma di sinistra— è la sua componente più estrema. I deputati che fanno riferimento a questa corrente sono tra il 30 e il 50 per cento dell’intera compagine di Syriza e non hanno pruderie a definirsi chi marxista, chi comunista, chi leninista e chi trotzkista. Fin qui è niente. La graffiata finale ai pendolari di Bruxelles arriva dalle posizioni anti euro degli aderenti alla Piattaforma. Panayotis Lafazanis e Costas Lapavitsas, le due figure di maggior spicco, non sono banali profeti del ritorno alla dracma e all’autarchia, ma ritengono che — date le circostanze— la Grecia crescerebbe meglio fuori dall’euro.
Come stella polare hanno il fallimento islandese del 2008 e la sua successiva risalita. Senza più debito, è il ragionamento all’osso, le risorse andrebbero alla crescita e non ai creditori. Magari sbagliano, ma ci vogliono altri economisti per ribattere ai loro argomenti con serietà. «Parto dal presupposto che troveremo un accordo» ha detto ieri il presidente della Commission eUe, Jean-Claude Juncker.Se ci riuscissero, come farebbe il primo ministro greco Alexis Tsipras a far ingoiare qualche rospo amaro del compromesso alla sua ala sinistra? Secondo molti analisti, l’intransigenza di Tsipras gli è imposta dal tandem Lafazanis-Lapavitsas, forse sotto-rappresentati al tavolo negoziale europeo, ma appostati al varco del passaggio parlamentare.«Quelli della Platforma — dice al Corriere la giornalista televisiva Eirini Zarkadoula — si comportano ancora come se fossero all’opposizione».

O forse, semplicemente, stanno anche loro giocando una battaglia per il potere interno a Syriza. Sulla pelle dei greci.