Economia

La lettera di Carlo Calenda sul CETA

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Cos’è il CETA? È l’acronimo per Comprehensive and Economic Trade Agreement un accordo commerciale tra Unione Europea e Canada che viene definito il “fratello minore” del TTIP. L’obiettivo dichiarato del CETA è quello di facilitare gli scambi commerciali tra Canada e stati membri della UE abbattendo il 99% dei dazi doganali e soprattutto aprendo il mercato degli appalti pubblici. Per queste ragioni il CETA viene visto da molti come una sorta di test per il TTIP, il Transatlantic Trade and Investment Partnership. Se il percorso di ratificazione del CETA sarà agevole – sostengono alcuni favorevoli ad entrambi gli accordi – allora ci sono buone possibilità che lo sia anche quello del TTIP. I contrari invece ritengono che il CETA sia il cavallo di Troia con il quale si punta ad ottenere la ratifica del TTIP.

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Carlo Calenda è favorevole ad un dibattito nel merito, ma non a livello parlamentare

Cos’è il CETA, in breve

Il CETA però non è la fotocopia del TTIP, innanzitutto perché Canada e Unione Europea sono riuscite a trovare un compromesso su molte questioni che invece sono rimaste irrisolte nella discussione con il governo USA per il TTIP. Ad esempio è stata trovata un’intesa per quanto riguarda gli OGM e i prodotti a denominazione di origine controllata, si è riusciti a raggiungere un accordo per quanto riguarda gli appalti pubblici (mentre gli Stati Uniti sono su posizioni molto più rigide) e soprattutto è stata accantonata la soluzione dei tribunali privati (i cosiddetti ISDS) per la risoluzione delle controversie e si è invece preferito optare per la creazione di corti multilaterali, che è la soluzione da sempre caldeggiata dalla UE anche nei negoziati sul TTIP. Non tutti però giudicano positivamente l’accordo raggiunto con il Canada, si poteva ottenere di più e di meglio soprattutto in termini di garanzie per la salute dei consumatori europei sui prodotti importati dal Canada, ma in fondo la vera battaglia è sull’accorto transatlantico e il CETA, che se venisse approvato entro il 2016 da Consiglio e Parlamento europeo potrebbe entrare in vigore nel 2017, viene criticato soprattutto perché potrebbe stabilire un “pericoloso” precedente sul modo di condurre i negoziati a proposito del TTIP.  Ed è a questo punto che entra in scena l’Italia, nella persona del Ministro per lo Sviluppo Economico Carlo Calenda che nei giorni scorsi era intervenuto sul tema della modalità di ratifica dell’accordo. La Commissione Europea vorrebbe infatti che l’approvazione del CETA passasse solo attraverso gli organi istituzionali comunitari, diversi paesi (tra cui Germania, Austria e Francia) invece ritengono sia prerogativa dei rispettivi parlamenti quella di decidere se approvare o porre un veto all’accordo.
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Caro CETA ti scrivo, così mi distraggo un po’

Con un tweet pubblicato il dieci giugno Calenda aveva fatto intendere la posizione dell’Italia: siccome il CETA non è un trattato misto (ovvero riguarda materie di competenza esclusiva della UE) l’Italia avrebbe lasciato all’Unione il mandato in merito alla ratifica dell’accordo. In realtà nemmeno sulla natura mista o non mista del CETA c’è una visione comune in Europa, la Commissione ovviamente sostiene che non si tratti di un accordo misto per il quale sarebbe sufficiente l’approvazione della maggioranza qualificata dei deputati del Parlamento europeo ma c’è chi fa notare che alcun punti, come ad esempio quelli riguardanti le ispezioni sul lavoro, riguardino una materia che non è di competenza esclusiva delle istituzioni comunitarie ma che è condivisa con gli Stati Membri. In questo caso allora la ratifica del CETA dovrebbe per forza di cosa passare attraverso l’approvazione dei parlamenti dei ventotto della UE. Il che naturalmente potrebbe rendere più complicata l’approvazione e l’entrata in vigore dell’accordo con il Canada.
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In questo senso non deve stupire troppo il contenuto della missiva inviata da Calenda alla Commissario al commercio dell’UE Cecilia Malstrom e  pubblicata qualche giorno fa da Stop TTIP Italia. Nella lettera Calenda informa la Malstrom della posizione favorevole dell’Italia a considerare l’ipotesi della Commissione che ritiene che il CETA non sia un accordo misto. Di fatto l’Italia è il primo paese a uscire pubblicamente allo scoperto a favore del CETA. Ma c’è da sottolineare che nella stessa lettera Calenda precisa chiaramente che questa posizione riguarda unicamente il CETA e non ha nulla a che fare con il TTIP per il quale il nostro Paese si riserva di fare ulteriori valutazioni. La posizione di Calenda è più che legittima e non è proprio una novità o un segreto visto che l’aveva anticipata lui stesso su Twitter, ma al di là della rottura del fronte degli stati nazionali che hanno una visione diametralmente opposta a quella della Commissione non si capisce come mai il Ministro abbia avuto così tanta fretta nel prendere una posizione che di fatto rompe l’unanimità di tutti gli stati membri richiesta per rigettare la richiesta della Commissione che verrà discussa al prossimo Consiglio d’Europa del 5 luglio. La Commissione inoltre, proprio al fine di stabilire la natura giuridica di un analogo accordo commerciale con Singapore (misto o non misto) ha richiesto un parere alla Corte di Giustizia Europea che dovrebbe arrivare entro la fine del 2016 o al più tardi all’inizio del 2017.
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La cosa peggiore però è che all’estero la mossa di Calenda è stata vista come un tentativo di bloccare il voto democratico di 500 milioni di europei. E questo non è proprio il genere di pubblicità di cui l’Italia ha bisogno.