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Come il caso CONSIP rischia di diventare il caso Scafarto

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Il caso CONSIP rischia di diventare il caso Scafarto. Il capitano del NOE Giampaolo Scafarto  ieri ha spiegato attraverso il suo avvocato Giovanni Annunziata perché ha preferito non rispondere al pubblico ministero per confutare le accuse di falso per i documenti che ha prodotto nell’indagine CONSIP: «Impossibile approntare una difesa in 48 ore. Quel fatto storico contestato a Scafarto va letto e contestualizzato in diecimila atti d’indagine Consip ai quali il capitano ha lavorato per oltre un anno. Atti che io devo leggere prima di affrontare l’interrogatorio. Soltanto dopo potrò stabilire se c’è dolo, senza il quale gli errori di cui è accusato Scafarto non sarebbero reato».

Come il caso CONSIP rischia di diventare il caso Scafarto

Intanto però l’affare si ingrossa. Il 4 marzo, dopo diverse fughe di notizie, i giudici di Roma tolgono le indagini ai carabinieri del Noe. Per le «ripetute rivelazioni di notizie coperte da segreto, sia prima che dopo la trasmissione degli atti a questo ufficio — si legge in una nota diffusa dai pm titolari del fascicolo —, la Procura di Roma ha revocato al Noe la delega per le ulteriori indagini, che è stata affidata al Nucleo investigativo di Roma dell’Arma». Intanto però Scafarto è indagato: in una sua informativa nell’ambito dell’inchiesta Consip avrebbe accreditato erroneamente la tesi della presenza dei servizi segreti nel corso degli accertamenti ed avrebbe falsato gli atti su Tiziano Renzi manipolando un’intercettazione su Romeo. E c’è di più, come spiega oggi Carlo Bonini su Repubblica:

Accade infatti che un reparto competente per reati ambientali (il Noe) lavori — come consuetudine da anni — per uno stesso pm (Woodcock) su appalti pubblici e reati che con la competenza di quel reparto nulla hanno a che spartire. Che quel reparto accusi di fuga di notizie nell’inchiesta il Comandante generale dell’Arma (Del Sette) e il comandante della Regione Toscana (Saltalamacchia).
Che l’inchiesta punti dritta al più alto livello politico (Palazzo Chigi) e che ad accusare con parole definitive e false l’ex premier Matteo Renzi di «uso familistico dei Servizi segreti» sia un capitano di quel reparto — Scafarto, appunto — che nel suo curriculum da segugio vanta il comando della tenenza di Scafati e quello del nucleo radiomobile di Nocera Inferiore.

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Il capitano del NOE Giampaolo Scafarto

Gianpaolo Scafarto e i servizi segreti

Intanto però Valeria Pacelli sul Fatto fornisce una possibile spiegazione sulla storia dei servizi segreti, ovvero sul cittadino italiano che nell’informativa viene individuato come possibile barbafinta anche se risultò poi essere soltanto un abitante del quartiere incuriosito dalla presenza delle auto dei carabinieri:

PROPRIO sui presunti uomini dei servizi che non perdevano di vista i militari c’è un giallo. Al Fatto risulta che nelle foto i “sospettati ” siano tre e non due, come invece è scritto nell’informativa: un uomo che entrava e usciva da un bar, una donna “seduta sui gradini” e un altro uomo,il proprietario della Jeep,che poi si scoprirà essere un dipendente dell’Opera Pia. Forse quest’ultimo non sia stato inserito n ell’informativa proprio perché non ritenuto sospetto in virtù di quegli accertamenti sull’auto? Sarebbe questa un’omissione che giustifica un’accusa di falso? Numerosi aspetti dell’inchi esta sono al momento ancora oscuri. Secretati. Come appunto

Questo ovviamente spiegherebbe perché nell’informativa si sia insistito sulla tematica, ma non spiega perché si sia omesso di segnalare che il primo accertamento, quello sul cittadino italiano, si sia risolto in un buco nell’acqua.

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Cosa resta dell’indagine su Tiziano Renzi (La Stampa, 12 aprile 2017)

I precedenti di Scafarto

Ma nel frattempo si guarda anche ai precedenti di Scafarto, in particolare a quelli sul processo CPL Concordia. Una delle informative prodotte dal NOE sul caso concentra l’attenzione su una intercettazione di Massimo Ferrandino, fratello del sindaco Giuseppe: «A detta di Giosy andiamo tutti in galera…».

Ebbene, il 24 gennaio scorso, incalzato dal presidente Francesco Pellecchia, il capitano ammette che la parola «Giosy» nell’intercettazione non c’è. I trascrittori che hanno riascoltato le intercettazioni su incarico del tribunale, definiscono «incomprensibile» il nome. Invece non c’è dubbio alcuno nell’informativa che ha portato Ferrandino in carcere. Così sbigottisce il presidente Pellecchia: «C’è “incomprensibile” e lei ha chiarificato “Giosy”?» (Francesco Grignetti, La Stampa)

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Il punto però è l’inchiesta CONSIP, o quel che ne resta. Perché lo scambio di nomi Romeo-Bocchino può essere spiegato forse con una distrazione (ma come è possibile, visto che il capitano aveva l’opportunità di ricontrollare le carte scritte da altri?); ma l’omissione sui servizi segreti è difficile da spiegare con un errore materiale. Perché ai PM di Roma sono state sottoposte le note del 19 e del 20 in cui si parlava di questi sospetti, ma non le indagini successive che li facevano (in parte, magari, come sottolinea il fatto) cadere. Il combinato disposto dei due errori fa pensare male: il primo serviva a inguaiare Tiziano Renzi, il secondo a spiegare che il premier aveva chiamato in causa i servizi segreti per ostacolare l’indagine. Difficile non pensare male con questi elementi di partenza. Ecco perché il caso CONSIP rischia di diventare il caso Scafarto.