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Lo sgombero silenzioso del Camping River grida vergogna

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Si scrive Piano Piano per l’inclusione dei Rom, Sinti e Caminanti di Roma Capitale, si legge – per ora – sgombero dei Rom. Perché questo è quello che sta succedendo silenziosamente al Camping River, insediamento autorizzato fino al 30 settembre e improvvisamente diventato abusivo. Non è uno sgombero in grande stile, con ruspe che arrivano a radere al suolo il campo. Ma solo perché così fa meno rumore. È un’azione di demolizione sistematica, che va avanti ormai da una settimana al ritmo di un paio di moduli abitativi al giorno.

Al Camping River si sgomberano bambini malati e donne incinte

Sono già sette quelli abbattuti. Le operazioni sono iniziate la mattina del 31 ottobre, ad un mese dal “superamento” del campo nomadi di via Tenuta Piccirilli nel XV Municipio. La strategia è chiara: non potendo sgomberare il campo dal momento che sorge su un terreno privato l’unica soluzione per chiudere il campo è quella di sfrattare gli abitanti della sessantina di moduli abitativi di proprietà del Comune. Qualche settimana fa il Comune aveva proposto di trasferire i “container” in altri campi, ipotesi accantonata qualche giorno dopo dalla direttrice dell’Ufficio Rom, Sinti e Caminanti Michela Micheli.

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La Polizia Municipale al Camping River per lo sgombero dei primi moduli abitativi

La situazione al River ora è questa: solo una famiglia è riuscita a stipulare un contratto d’affitto per uscire dal campo. Nell’insediamento che dal 30 settembre è diventato abusivo sono rimaste quasi 400 persone, di cui 187 bambini. Il Comune non ha la minima idea di come risolvere la situazione e nel frattempo iniziano ad affiorare i primi problemi dovuti alla fine della gestione da parte di Isola Verde, la cooperativa che si è occupata del campo fino a che la Raggi non ha deciso di “superarlo”.
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Credits: Nazione Rom

Il 31 ottobre alcuni agenti della Polizia Municipale si sono presentati al River per notificare l’avviso di sfratto a due famiglie. Famiglie che avevano chiesto di poter accedere ai famosi contributi previsti dal programma di fuoriuscita e inclusione dei Rom. Il Comune li ha negati e le famiglie hanno legittimamente fatto ricorso. Ricorso sul quale il Tribunale non si è ancora pronunciato. Ma questo per il Comune di Roma – quello che assume il mental coach per aiutare i Rom a uscire dai campi de La Monachina e La Barbuta – è solo un dettaglio. Le famiglie da espellere dalla struttura erano due, quella di Mirko Halilovic – la cui moglie è incinta – e quella di Pasquale Precupia. Entrambi sono stati esclusi dalle “misure di sostegno all’inclusione” adottata dalla Giunta Raggi. Entrambe hanno presentato ricorso. Si tratta di famiglie povere e senza mezzi. La figlia di Precupia è malata, ha un tumore alla testa.

Le demolizioni dei moduli abitativi al River continuano

Al Comune di Roma costa meno demolire i moduli abitativi che spostarli altrove (come ad esempio era stato prospettato qualche settimana fa). Fortunatamente la demolizione del modulo abitativo della famiglia Precupia è stata sospesa, viste le condizioni della bambina. La famiglia Halilovic invece ha dovuto trovare una soluzione abitativa alternativa. La scelta era tra la strada e farsi ospitare nel modulo dove abitano alcuni parenti. Certo è che non si può continuare così. Anche perché ieri i vigili e gli operatori del SIMU sono tornati al Campo e hanno demolito altre “casette”.

Quello che sembrava l’ennesimo timido tentativo del Comune di improvvisare una soluzione ad un problema creato proprio dal modo in cui Roma Capitale ha deciso di “chiudere” il River. I residenti del campo hanno avuto tre mesi di tempo per trovare una soluzione abitativa fuori dal River. Nessuno è riuscito a stipulare un contratto d’affitto. Qualche impiegato del Comune ha pure fornito dei “pizzini” con il numero di un’agenzia immobiliare che però una volta contattata ha detto che senza i soldi della caparra e senza garanzie non si affittava a nessuno. Altre famiglie si sono sentite dire che se non riuscivano a trovare i soldi per un appartamento potevano provare a trovare una sistemazione in un camping. Il punto è che se i residenti del campo avessero i soldi per andare altrove lo avrebbero già fatto.

Camping River, il grande bluff di Virginia Raggi sulla pelle dei Rom

Forse il Comune sperava di trovare “gli zingari ricchi”, quelli che fanno finta di vivere da poveri ma che hanno case, roulotte super accessoriate, mercedes. Al River però non è riuscito a trovarli: evidentemente non ci sono. Ci sono invece persone come Costantin Saiku, che ha una figlia down di dodici anni. C’è Enea Dumitro che ieri ha ricevuto ieri l’avviso che lunedì dovrà svuotare il suo container che verrà demolito. E – racconta – un’intimidazione da parte del vicecomandante dei Vigili Lorenzo Botta che gli avrebbe detto “io lunedì te spacco“. Anche Zera Seferovic, sessant’anni e malata di tumore, teme di finire in mezzo ad una strada.
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Perché nell’era della Raggi che supera i campi Rom il “problema” si risolve semplicemente. I vigili arrivano e danno la notifica di sfratto, se va bene ci sono un paio di giorni di preavviso. Una soluzione ridicola che non punta certo all’inclusione delle persone che vi abitano. Anzi più che di inclusione si dovrebbe parlare di esclusione: i ragazzi del campo che vanno a scuola non hanno la possibilità di lavarsi e farsi una doccia. Il risultato è che i compagni hanno già iniziato a bullizzarli, a dire che “gli zingari puzzano e sono sporchi”.
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Cosa succederà è facile prevederlo: chi può chiederà ospitalità nei moduli abitativi (circa un terzo dei novanta) che non sono di proprietà del Comune. Perché dal campo nessuno se ne vuole andare così, per finire sulla strada o sotto un ponte. Ma il vento sta cambiando: i residenti annunciano battaglia. La tensione al River cresce e c’è chi vorrebbe le barricate, bloccare le vie d’accesso al campo e la Tiberina.