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La storia delle bombole di acetilene sul ponte Morandi

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Ferruccio Sansa sul Fatto Quotidiano e Sara Menafra sul Messaggero parlano oggi di un nuovo giallo riguardante il crollo del viadotto della A10 sul Polcevera. A quanto risulta da alcune testimonianze nei pressi del Ponte Morandi era stata notata la presenza di alcune bombole acetilene. Il Messaggero riferisce che una trentina di bombole, di proprietà delle ditte appaltanti dei lavori di manutenzione, erano stoccate «sotto al pilone crollato» mentre il Fatto Quotidiano scrive che le bombole «erano presenti sul Morandi».

Dov’erano le bombole di acetilene?

Le bombole di acetilene, un gas utilizzato per le operazioni di saldatura, potrebbero aver preso fuoco tutte assieme e – secondo un’ipotesi che è ancora da verificare – esplodendo avrebbero causato una forte esplosione e quindi il crollo. Il problema è che se le bombole erano alla base del pilone crollato e il crollo invece è avvenuto – come sembra di capire – a causa del cedimento di uno degli stralli (ovvero dei “tiranti”) l’ipotesi dell’esplosione alla base del ponte sembra essere esclusa.

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Diversa è versione data dal Fatto Quotidiano che posiziona le bombole sul ponte e scrive che «in teoria potrebbero essere state colpite dal fulmine ed esplose dando origine al disastro».  I periti della procura non danno però peso a questa ipotesi, anche perché al momento delle bombole non è ancora stata trovata traccia. Il Fatto scrive anche la presenza delle bombole sul ponte costituiva «un ulteriore peso sulla struttura».  Non è però chiaro quale fosse la dimensione delle bombole (e quindi il loro peso) ed essendo i lavori di manutenzione autorizzati è improbabile che la loro presenza abbia potuto costituire un aggravio tale sulla portata degli stralli da provocarne il crollo. Il tutto senza contare che sia che fossero posizionate a livello della carreggiata o alla base del pilone non è detto che la forza dell’esplosione possa essere stata sufficiente da provocare un crollo.

L’esplosione del camion a Bologna e il Ponte Morandi

Sarà compito della Procura, che non vuole lasciare nulla di intentato, appurare innanzitutto la presenza delle bombole di acetilene e valutare se possano avere avuto un ruolo determinante nel cedimento della struttura crollata nel greto del Polcevera. Da quello che sappiamo ora però non è assolutamente possibile affermare con certezza che l’esplosione delle bombole abbia provocato il cedimento degli stralli e quindi il crollo. Secondo i periti infatti al momento l’ipotesi più accreditata per spiegare la genesi della tragedia che è costata la vita a 43 persone è il deterioramento degli stralli in cemento armato precompresso che costituivano la componente fondamentale della struttura portante del viadotto.

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Su Internet c’è però chi paragona già la situazione a quella dell’incidente occorso sul raccordo tra la A1 e la A14 a Bologna il 6 agosto scorso. In quell’occasione un tamponamento aveva provocato l’esplosione di un camion cisterna che stava trasportando GPL. In seguito allo scoppio una porzione della carreggiata in direzione nord ha ceduto, crollando sul piano stradale sottostante. I due viadotti (quello di Genova e quello della tangenziale di Bologna) non sono paragonabili, né per caratteristiche costruttive né per il genere di danno che hanno subito. Ed è assai improbabile che l’esplosione di 30 bombole di acetilene sia accomunabile a quella di 23 mila litri di GPL.

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In attesa che vengano trovate prove concrete dell’esistenza delle bombole ci sarà sicuramente chi si prodigherà a spiegare che le trenta bombole di acetilene sono state utilizzate per generare quell’esplosione controllata voluta dai poteri forti per far crollare il ponte Morandi.

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