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L'altra verità su via del Frantoio e l'uomo accoltellato alla schiena

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Yacob Misgn, migrante eritreo con l’abitudine di raccogliere cicche di sigarette e di parlare da solo, tanto da essere considerato un po’ picchiatello in via del Frantoio, è l’uomo che l’altra notte è stato colpito con un ferro appuntito alla schiena al Tiburtino III, quartiere periferico a est di Roma.

Cosa è successo a via del Frantoio

Secondo i racconti circolati ieri l’uomo avrebbe lanciato un sasso o dei sassi ad alcuni bambini che lo prendevano in giro, stimolando la reazione di una loro parente, che si è presentata al centro di accoglienza di via del Frantoio per chiedere conto del comportamento pericoloso. La sua, comunque, non è «una caccia» solitaria. Alla «spedizione punitiva» si aggiungono man mano altri. Con figlio e nipote al seguito, armata di un bastone, alle 23 e 30 arriva al centro e trova Yacob: «Ho provato a colpirlo ma lui è fuggito, sono arrivati altri migranti e mi hanno sequestrata», racconta Pamela; al Corriere della Sera parla della paura, delle «percosse», mostra i lividi. La testimonianza della donna però non convince del tutto gli inquirenti: già nota alle forze dell’ordine, con problemi di alcool e droga, all’inizio ai militari non dice nemmeno del«rapimento», dice il quotidiano. Pamela ha parlato con altri giornali, mostrando anche i segni sul corpo della colluttazione.

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Via del frantoio: in questo, come nei racconti degli esponenti di Casapound, non si fa cenno al colpo ricevuto dall’uomo (Foto e status da: Facebook)

Al Messaggero Pamela dice: «I miei nipoti di 10 e 12 anni stavano con un’altra ragazzina di 15. Avevano con loro mio figlio di un anno e mezzo, sul passeggino. E lo straniero si è avvicinato al passeggino, ha cominciato a disturbare, loro gli hanno detto di andarsene. Quello ha tirato dei sassi, per fortuna non li ha colpiti». E qui sembra strano che un bambino di un anno e mezzo sia affidato a una ragazzina di 15 anni. Quando il giornalista le chiede chi ha accoltellato l’uomo, risponde: «Non lo so, non certo io, forse hanno litigato tra di loro. Mi hanno detto che ha problemi mentali, ma qui non se ne può più, anche gli altri si ubriacano per strada e disturbano».

L’altra verità su via del Frantoio

Ma a SkyTg24 un testimone che ha chiesto di non essere inquadrato in viso ha raccontato una storia completamente diversa rispetto a quella di Pamela. Che parte dal presupposto che non c’è stato alcun sequestro. “I migranti hanno chiuso le porte in attesa dei carabinieri, dopo che il cittadino eritreo era stato accoltellato alla schiena con “un pezzo di ferro appuntito”, ha detto al TG uno degli occupanti del presidio umanitario della Croce Rossa, in via del Frantoio a Roma.
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Il testimone smentisce, nell’intervista a Sky, che la donna sia stata sequestrata dai migranti. Tutto sarebbe nato, secondo l’ospite del centro, dalla richiesta della donna di una sigaretta. Richiesta negata dall’eritreo. La donna, dice il teste, “l’ha seguito. Il ragazzo che stava con lei (il nipote 12enne, ndr) gli ha ficcato un pezzo di ferro nella schiena”. I connazionali della vittima hanno quindi pensato di chiudere le porte in attesa dell’arrivo delle forze dell’ordine per chiarire l’accaduto. Nessun sequestro, “i ragazzi del centro non sanno cosa vuol dire. Quello che hanno pensato è di chiudere le porte in attesa dell’arrivo dei carabinieri…”, conclude il testimone a SkyTg24.

Yacob Misgn e Pamela a via del Frantoio

Yacob ha una ferita alla schiena, piccola ma profonda, causata presumibilmente da un coltello (è ricoverato all’ospedale Pertini: non è grave).  “Ho avuto paura, ma non nutro rancore. Non voglio vendetta”, avrebbe detto ai carabinieri che lo hanno sentito ieri. Poi ha negato di aver lanciato sassi ai bambini, anche se ha ammesso di aver avuto un diverbio. Pietro Giulio Mariani, direttore della Croce Rossa di Roma, ha raccontato lo stato di tensione che si respira nel centro: “Alcuni ospiti affermano di essere stati aggrediti all’esterno del centro la sera dello scontro. Questa situazione di assedio non può durare a lungo, per questo confidiamo nelle forze dell’ordine e nel loro lavoro. Ribadiamo il nostro appello per abbassare i toni affinché si possa continuare a fare accoglienza attraverso l’inclusione”.
centro di accoglienza via del frantoio
“Una donna, una donna mi ha dato una sprangata con una sbarra di ferro”, dice invece Yacob in un italiano stentato a Repubblica.it, indicando barra di alluminio che rinforza la sponda del letto. “Questo è razzismo, io non ho fatto nulla. Adesso, appena guarisco, voglio tornare in Eritrea da mia madre. Non ci voglio più stare qui”