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Pimonte: il paese dove gli stupri sono bambinate e gli stupratori vittime

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Un anno fa veniva alla luce il caso di una ragazzina di 15 anni violentata ripetutamente da un branco di undici coetanei in una capanna allestita per il presepe vivente a Pimonte, piccolo comune dei Monti Lattari. I colpevoli hanno tutti tra i 14 e i 17 anni (tranne uno di loro che è più piccolo) e sono stati tutti identificati e condannati. Dopo un anno di carcere minorile però sono quasi tutti fuori. Alcuni – i tre che erano di Pimonte – sono tornati a casa per completare il percorso di reinserimento attraverso attività di volontariato e servizi sociali.

Il sindaco che dice che gli stupri sono “una bambinata”

Il problema è che Pimonte è un paese di poco più di seimila abitanti e quindi la possibilità, anzi il rischio, che la vittima possa incrociare per strada i suoi aguzzini è concreta. E così la ragazzina, che nel frattempo era riuscita faticosamente a rifarsi una vita e a tornare a frequentare la scuola e la parrocchia, ha deciso che la situazione era insostenibile. Lo ha spiegato al quotidiano Il Corrierino la psicologa che ha seguito il percorso riabilitativo della ragazza e della sua famiglia. Il contesto di Pimonte non permette alla vittima di superare gli abusi subiti  e così la famiglia si trasferirà in Germania a Francoforte.

Non è solo la liberazione dei colpevoli ad influire sulla decisione di lasciare Pimonte ma anche il fatto di essersi sentita isolata dalla comunità, dalle amiche. È la stessa situazione incontrata da Roberto D’Antonio de L’Aria che Tira che ha intervistato alcuni cittadini di Pimonte che hanno espresso tutto il loro disinteresse per la tragica vicenda. Ma ancora peggiori sono state le parole del sindaco di Pimonte – Michele Palummo – che ha definito gli stupri “una bambinata”. Un fatto isolato che “è successo” e che dal momento che è stato commesso dai minori non ci si “poteva aspettare altro”. Parole che suonano come un tentativo di giustificare un crimine gravissimo.

Parole che per la deputata di Sinistra Italiana Celeste Costantino e per Stefania Fanelli dell’Associazione Frida Kahlo La città delle pari opportunità sono “inquietanti” perché continuano a riproporre quel meccanismo culturale perverso secondo il quale in ogni violenza sessuale la vittima un po’ se l’è cercata.

Il parroco che dice che gli stupratori sono vittime

Cesare Romano, Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Campania, in una nota ha detto che «non si è fatto abbastanza per assicurare protezione alla giovane: i continui schemi e l’esclusione sociale che la ragazza ha dovuto subire hanno aggravato il suo disagio psicologico al punto che la famiglia ha deciso di abbandonare il paese di Pimonte e trasferirsi nuovamente in Germania dove, forse, la minore e la sua famiglia potranno riacquistare la tranquillità di cui ha bisogno». Insomma, la comunità non ha protetto abbastanza la vittima.
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Gli abitanti di Pimonte rifiutano però di essere etichettati come “mostri”. Però intanto il parroco di San Michele (parrocchia che partecipa al percorso riabilitativo di tre degli stupratori) don Gennaro Giordano ha dichiarato al Mattino che “come sacerdote tendo a riabilitare” e che le valutazioni si faranno alla fine del percorso perché “dal letame nascono i fiori”. Durante un’intervista telefonica a Fanpage il parroco va oltre e spiega che anche gli stupratori sono loro stessi delle vittime. Anzi per il parroco il cosiddetto branco ha subito l’influenza di un “capo branco” che sarebbe il ragazzo imparentato con un boss locale della Camorra.
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Le cronache locali ricordano che all’epoca in cui i fatti vennero alla luce alcuni abitanti del paese se ne uscirono con il solito “se l’è cercata”. Vale la pena di ricordare che alla vittima ci vollero diversi giorni per trovare la forza di denunciare i suoi aggressori perché gli stupratori minacciarono di pubblicare un video girato con lo smartphone durante lo stupro. E anche oggi purtroppo, tra i molti che manifestano la propria solidarietà nei confronti della vittima c’è chi ancora si sforza a spiegare che è “tutto falso” e che le cose non stanno così come le raccontano i giornali. Ma la vera responsabilità ce l’hanno soprattutto figure “istituzionali” come il sindaco e il parroco. Il primo è colpevole di aver tentato di minimizzare un fatto criminale che ha devastato per sempre la vita di una ragazza di 15 anni. Il secondo di non avere il coraggio di chiamare i colpevoli con il proprio nome e di volerli accomunare alla vittima. Che è una sola.