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Gli orari sfalsati di scuole e uffici per risolvere il problema dei trasporti pubblici?

Non ci sono nuovi autobus ma riducendo la capienza nei trasporti pubblici al 50% 275mila persone al giorno non saprebbero come andare a scuola o al lavoro. Se la DAD non è la soluzione una via di uscita può essere quella di cambiare orari a scuole, negozi e uffici?

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“Il problema dei trasporti esiste e non può essere sottovalutato. Ma ci sono strade che possono essere seguite, come aumentare lo smart working o differenziare gli ingressi nelle scuole e negli uffici”: Roberto Speranza ieri a Dimartedì ha parlato degli orari sfalsati per scuole e uffici che potrebbero rappresentare il piano per risolvere il problema dei trasporti pubblici affollati e e rischio contagio COVID-19. Riducendo la capienza dei mezzi al 50%, ogni giorno resterebbero tagliate fuori circa 275 mila persone che usano i servizi di trasporto per andare a lavorare o a scuola.

Gli orari sfalsati di scuole e uffici per risolvere il problema dei trasporti pubblici?

Giuseppe Conte, ha ammesso l’esistenza di una “situazione critica al di la’ dei tanti sforzi fatti” assicurando che il governo continuera’ a “monitorare la situazione e a investire per fare in modo che le persone possano viaggiare in condizioni di assoluta sicurezza”. Critico il presidente della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini: il tema del trasporto pubblico locale, ha denunciato, “in realtà non e’ stato affrontato. Sono stati alcuni presidenti di Regione che si sono interrogati sul fatto che se diminuisse la capienza del trasporto pubblico locale, che oggi è fissata all’80%, si creerebbe un problema non piccolo per trasportare gli stessi studenti da e verso la scuola. Il governo – ha sottolineato – non ha posto quel tema al centro del Dpcm e non è stato nemmeno affrontato nel confronto tra governo e regioni”. Eppure, come spiega Massimo Galli, direttore del reparto di malattie infettive all”ospedale Sacco di Milano, non è pensabile continuare a lasciare che i cittadini continuino a usare metro e autobus con le attuali condizioni:

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La soglia psicologica dei seimila contagi giornalieri la infrangeremo a breve. Se non riusciamo a invertire l’andamento epidemico seguiremo la via di Francia, Spagna, Regno Unito e Belgio, che ora stanno peggio di noi. Rischiando chiusure più lunghe e dolorose, come credo alcune Regioni saranno costrette dagli eventi a decidere in autonomia. Le nuove misure del governo sono un segnale importante, ma francamente non basta. Un problema molto serio, ad esempio, è quello dell’affol -lamento dei trasporti pubblici da limitare subito e, aggiungo, ritornerei – per quanto riguarda le scuole superiori – alla didattica a distanza

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Secondo Asstra, “in presenza di una riduzione ulteriore del valore del coefficiente di riempimento dei mezzi attualmente consentito (80%) risulterebbe difficile per gli Operatori del Tpl continuare a conciliare il rispetto dei protocolli anti Covid-19 e garantire allo stesso tempo il diritto alla mobilità per diverse centinaia di migliaia di utenti ogni giorno, con il conseguente rischio di fenomeni di assembramento alle fermate e alle stazioni”. Per quanto riguarda la didattica a distanza invocata da Galli, la ministra per l’Istruzione Lucia Azzolina ieri ha tenuto il punto: non è la scuola il luogo dove avvengono i contagi e la DAD non può essere la soluzione. Non è possibile penalizzare gli studenti chiudendoli in casa: “I ragazzi vogliono stare in classe ed è giusto che ci restino. Li vedo e vedo il loro entusiasmo”, ha spiegato il ministro a Dimartedì. “Non mandandoli a scuola li priveremmo del diritto all’istruzione, sancito dalla Costituzione, e li sottrarremmo alla socialità”. Ma se non ci sono più autobus da mettere in strada per evitare assembramenti e se gli studenti devono, giustamente, andare a scuola, quale può essere la soluzione? Il Messaggero spiega che una via di uscita potrebbe essere rappresentata da uno sfalsamento degli orari di entrata e uscita in scuole, uffici e negozi:

Insomma, è questa la nuova frontiera. Il nuovo allarme. Tant’è che verrà affrontato oggi pomeriggio in un vertice convocato dalla ministra dei Trasporti, Paola De Micheli, con le associazioni delle aziende del Trasporto pubblico locale (Tpl), i rappresentanti della Conferenza delle Regioni, di Comuni e Province. «Una riunione», spiegano al ministero dei trasporti (Mit) «che servirà a capire la situazione reale e individuare le criticità. Per ora queste sono state segnalate solo sui social e sui media, non da Regioni e Comuni». De Micheli, a nome del governo, non si accontenterà di compiere il «monitoraggio». Esclusa per ora la riduzione della capienza all’80% (il servizio Tpl collasserebbe), insieme ai rappresentanti degli Enti locali valuterà tre soluzioni. La prima: l’introduzione degli orari scaglionati per scuole, uffici, negozi in modo da ridurre l’affollamento sui mezzi nelle ore di punta. «Un piano già lanciato in primavera, ma rimasto in gran parte nel cassetto», dice una fonte che segue il dossier. La seconda: la sospensione delle zone Ztl. La terza soluzione: l’inasprimento dei controlli nelle stazioni, come si faceva in primavera durante l’uscita dal lockdown, anche con il supporto dei volontari della Protezione civile.

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Intanto il ritorno allo smart working, scrive Repubblica, è già operativo. Basterà?

Contrordine, si torna allo smart working d’emergenza. E non si tratta solo di garantire la sicurezza: il lavoro agile appare sempre di più la modalità vincente per il futuro, favorisce risparmi e agevola la conciliazione con la vita privata. Ad adottarlo, anche a pandemia finita, dovrebbe essere il 60% dei lavoratori della Pubblica amministrazione e almeno il 30% dei privati. Per il momento il Dpcm appena emanato dal governo dispone, tra le misure di contenimento della pandemia, l’obbligo per la Pubblica Amministrazione di incentivare il lavoro agile garantendo almeno una percentuale del 50%. Niente percentuali invece per il privato, ma si raccomanda comunque che le attività professionali vengano «attuate anche mediante modalità di lavoro agile, ove possano essere svolte al proprio domicilio o in modalità a distanza». Prorogata al 31 gennaio la semplificazione normativa che permette ai datori di lavoro di decidere liberamente sulle modalità di smart working, senza l’obbligo di stipulare un accordo con i propri dipendenti

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