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Il generale Nistri: «I carabinieri colpevoli del caso Cucchi mai più in divisa»

stefano cucchi

Giovanni Nistri, comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, ha scritto una lettera aperta a Repubblica nella quale promette che i responsabili della morte di Stefano Cucchi non indosseranno mai più la divisa. La lettera si era resa necessaria dopo la reprimenda della ministra della Difesa Elisabetta Trenta nei confronti del generale, il quale in un intervento pubblico era tornato a dire che quelli del caso erano mele marce e che quello era un “caso eccezionale”.

La lettera di Nistri sul caso Cucchi

Scrive Nistri che non appena saranno chiare le responsabilità ci saranno punizioni, trasferimenti, rimozioni.

Gentile direttore,

ho apprezzato molto il suo editoriale di ieri. Ne ho apprezzato la misura, l’equilibrio, la richiesta di verità anche a tutela del buon nome dell’Arma, un patrimonio costruito in 204 anni di storia e di sacrificio. Un’altra verità della questione l’ha già scritta lei e per questo la ringrazio: non si vuole e non si può credere che i carabinieri siano ciò che emerge dalla dolorosa vicenda umana di Stefano Cucchi e dai suoi sviluppi giudiziari.

Non è così, infatti, e lo dimostreremo, appena saranno chiare le precise responsabilità, che sono sempre personali, attraverso ogni provvedimento consentito dalla legge: a seconda dell’entità, le punizioni, i trasferimenti, finanche le rimozioni. Perché chi risulti colpevole di reati infamanti non potrà indossare la divisa, quella degli innumerevoli carabinieri che per essa hanno dato la vita, che ogni giorno la rischiano e che in futuro dovranno continuare a farlo, senza nessun tentennamento, per la tutela dell’ordinamento democratico e per il bene comune.

stefano cucchi catena di comando carabinieri
Stefano Cucchi, la catena di comando e i carabinieri indagati o a giudizio (La Repubblica, 27 ottobre 2018)

E chiude così:

Perché siamo ben consapevoli che la credibilità dell’Arma, in questo caso, sarà tutelata attraverso le sanzioni nei confronti di chi, a qualunque livello, sia riconosciuto manchevole. E, soprattutto, attraverso l’accertamento della verità. Siamo sempre stati nel cuore degli italiani, non c’è per noi un possibile altrove.

La catena di comando, gli indagati e i rinviati a giudizio per il caso Cucchi

La catena di comando del caso Cucchi parte da Vittorio Tomasone: all’epoca comandante provinciale, oggi, da generale di Corpo d’armata, guida l’interregionale Ogaden a Napoli. Non indagato, fu lui a disporre e guidare l’indagine interna sulla morte di Cucchi che, alla fine, escluse ogni responsabilità dei militari. E a condurre la riunione nella quale, secondo l’accusa, si definì la linea da tenere sul tema. Poi c’è Alessandro Casarsa: oggi comandante dei corazzieri al Quirinale, nel 2009 era il numero uno del Gruppo Roma. Non è indagato, ma era l’anello di collegamento tra le compagnie e il comando provinciale. Segue Francesco Cavallo: ora comanda la Scuola marescialli di Firenze. All’epoca dei fatti era il capo ufficio operazioni del Gruppo Roma, numero due di Casarsa. Agli atti della nuova inchiesta c’è l’email inviata da lui con le modifiche alle annotazioni: è accusato di falso. Poi c’è Luciano Soligo: oggi tenente colonnello, nel 2009, da maggiore, comandava la compagnia Talenti-Montesacro. Viene chiamato in causa da alcuni sottufficiali come tramite tra il gruppo e la stazione di Tor Sapienza. Indagato per falso: secondo l’accusa, fece pressioni per far modificare i verbali. Un ruolo ce l’aveva anche Massimiliano Colombo: luogotenente e comandante della stazione di Tor Sapienza dove Cucchi passò la notte in attesa del processo. Accusato di falso per aver attestato le buone condizioni di salute di Stefano. Sentito dai pm, ha chiamato in causa la scala gerarchica. E quindi Francesco Di Sarno: carabiniere scelto a Tor Sapienza, come i suoi superiori è indagato per falso per aver modificato il verbale sulle condizioni di salute dell’arrestato. Sono tre i carabinieri accusati di omicidio preterintenzionale: Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco (quest’ultimo ha confessato di aver assistito al pestaggio da parte dei colleghi). Il maresciallo Roberto Mandolini è imputato per falso e calunnia per aver cercato di nascondere le botte, il carabiniere Vincenzo Nicolardi per calunnia.

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