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Fatima e gli altri: i 20 indagati per terrorismo in Italia

Una ventina di nomi iscritti nel registro degli indagati, residenti in varie città d’Italia e specialmente nel nord, perché sospettati di avere legami con la jihad e per questo potenzialmente pericolosi. Non si tratterebbe di una cellula, ma di cani sciolti i cui nomi sono ora iscritti nel registro degli indagati della procura di Roma per il reato di associazione sovversiva con finalità di terrorismo. Un’inchiesta, quella di piazzale Clodio, partita qualche anno fa, quindi slegata dai recenti fatti di sangue o da allerte terrorismo, e nata dal monitoraggio che gli investigatori italiani esercitano periodicamente in vari settori per prevenire episodi di violenza politica o di terrorismo. Tra questi ambienti, da tempo, ci sono anche quelli apparentemente sensibili ai proclami del fanatismo islamico ed al proselitismo dell’Isis. E l’inchiesta, secondo quanto si è appreso, si snoda in vari filoni ognuno dei quali oggetto di un apposito fascicolo processuale.

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Il viso di Fatima, durante un intervento alla trasmissione Mediaset Pomeriggio 5

 
I VENTI INDAGATI PER TERRORISMO IN ITALIA
L’osservazione della rete internet ha fornito vari spunti agli inquirenti ed ai carabinieri del Ros della capitale come ai colleghi di altre città italiane, a partire da Milano, impegnate sul fronte del terrorismo di matrice islamica. In particolare, l’attività di osservazione ha riguardato le conversazioni via web e gli accessi ai siti integralisti ed estremisti dei soggetti finiti nel mirino. Web, ma non solo. Gli accertamenti compiuti dal pool di magistrati coordinati dal procuratore Giuseppe Pignatone e dall’aggiunto Giancarlo Capaldo, puntano anche su luoghi di ritrovo per possibili attività di indottrinamento e di reclutamento, sulla tipologia di viaggi compiuti all’estero da parte di personaggi sospetti, senza trascurare la minaccia che potrebbe derivare dagli sbarchi di clandestini sulle coste del sud Italia. Indagini, quelle in corso a Roma ed in altre città, che potrebbero dare una spinta decisiva per la costituzione di una Procura nazionale Antiterrorismo, ossia di un’apposita struttura adibita al contrasto del terrorismo. E nella capitale, dopo i tragici fatti di Parigi, l’allerta resta altissima. Sono stati potenziati i dispositivi adottati per la sicurezza degli obiettivi sensibili. Tra questi il Ghetto e la scuola ebraica, le ambasciate, i monumenti, i luoghi culto e le redazioni di giornali e tv. Spiega oggi Il Messaggero partendo da un’analisi del Copasir:

Il documento evidenzia come i guerriglieri provenienti dall’Italia siano distribuiti sul territorio nazionale, in particolare al nord (vengono da Torino, Modena, Comiso, Mantova, Milano, Como, Cantù, Venezia, Bologna, Roma, Napoli, Biella) e abbiano un’età compresa tra i 19 e i 42 anni. Sono quattro le tipologie di foreign fighters: quelli, di cittadinanza italiana o no, che con certezza hanno raggiunto la Siria per partecipare alla jihad; i membri di gruppi radicali, che hanno lasciato il Paese diretti in luoghi limitrofi alle zone in cui si combatte e poi sono rientrati; quelli provenienti da altri paesi e imbarcatisi dall’Italia verso Est e, viceversa, quelli rientrati attraverso l’Italia e ora in Europa, le cui identità sono state segnalate alle autorità competenti. Un’attenzione specifica è ovviamente rivolta ai soggetti rientrati in Italia, sebbene al momento non ci siano prove sufficienti per dire che abbiano partecipato alla guerra santa. «Stiamo lavorando perché nessuno dei rischi potenziali diventi concreto, e al momento siamo preoccupatima senza allarmi specifici», ha spiegato il sottosegretario. Tra i rischi da tenere sotto controllo, aggiunge il vicepresidente del Copasir Giuseppe Esposito c’è soprattutto «quello delle possibili emulazioni ».

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Il video di Skynews sull’assalto dei fratelli Kouachi a Charlie Hebdo

NOMI E COGNOMI

Uno dei nomi sul tavolo degli inquirenti è quello di Maria Giulia Sergio alias Fatima. Dopo un percorso di radicalizzazione ha cambiato il suo nome in Fatima, la 27enne è nata a Torre del Greco (Napoli), ma si è poi trasferita assieme alla famiglia ad Inzago, in provincia di Milano. Si è convertita all’Islam, ha sposato un marocchino e ha iniziato ad indossare il niqab, ossia il velo integrale, e ha assunto posizioni sempre più radicali. Tanto che, nei mesi scorsi, la donna sarebbe partita da Roma con un aereo diretto verso Istanbul per poi attraversare il confine turco e raggiungere la Siria per combattere a fianco degli integralisti del cosiddetto Stato Islamico. Già nei mesi scorsi, era emerso che alcune persone, indagate in un’inchiesta della Procura di Milano ancora aperta, sarebbero partite nel 2012 dall’hinterland milanese per andare a combattere in Siria. In questo caso, perà, si trattava di un gruppo di siriani, residenti da anni tra Cologno Monzese e Milano. Tra loro, Haisam Sakhanh, il presunto capo del gruppo che avrebbe reclutato combattenti da inviare nelle zone di guerra, e in particolare in Siria, in un’ottica di guerra santa.
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C’è poi l’indagine sul Nord-Est. Gli investigatori si sono concentrati su San Fior, Orsago, Conegliano e Vittorio Veneto: il lembo di provincia di Treviso che sta al confine con quella di Belluno e Pordenone, ovvero sulle quattro cittadine venete in cui si trova la trentina di «sospetti» che il Ros e la Digos tengono sotto stretto controllo, perché uomini considerati troppo vicini al fondamentalismo islamico. L’indagine è partita dalla vicenda di Ismar Mesinovic, di nazionalità bosniaca ma con ultima residenza dichiarata nel bellunese che è morto in Siria nel gennaio 2014. Il reato ipotizzato è il 270bis, l’articolo del codice penale che punisce le associazioni eversive. Sarebbero almeno cinque le persone iscritte nel registro degli indagati e finite nel mirino del Reparto operativo speciale (Ros) di Padova. Si tratta di stranieri, quasi tutti residenti in Veneto. Non terroristi, ma loro fiancheggiatori. Si parla anche di una donna tra gli indagati.

ISIS E LE CELLULE ITALIANE: LE INDAGINI

Nell’elenco degli stranieri passati per il nostro Paese e poi andati a combattere ci sono maghrebini, balcanici, qualche asiatico. Oltre al genovese Giuliano Delnevo, morto nella zona di Aleppo in Siria, altri due italiani hanno sposato la causa islamica. Uno di questi, secondo i sospetti, è Anas el Abboubi.

Nato in Marocco nel 1992, arriva a 7 anni in Italia, nel bresciano. Ha uno spiccato accento del Nord e fa il rapper. Ma in realtà, più che alla musica, si dedica all’attivismo. Vuole formare Sharia4Italy e partire per la Siria per arruolarsi nelle file di al Qaeda. A luglio del 2013 entra in contatto con un network di albanesi che lo porta probabilmente ad Aleppo. (Il Messaggero, 30 settembre 2014)

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Nel giugno 2013 Anas El Abboubi, che frequentava regolarmente le scuole a Brescia, era stato arrestato perché sospettato di azioni terroristiche. Gli inquirenti trovarono sul suo computer video in arabo che spiegavano come usare le armi e costruire le bombe sporche. Secondo l’accusa Anas aveva anche individuato una serie di obiettii da colpire, ma il tribunale del Riesame dopo 16 giorni aveva deciso per la scarcerazione visto che gli indizi non sembravano sufficienti. Dopo essere tornato a casa Anas El Abboubi è sparito, e il padre dice che è andato a combattere in Siria. Il terzo sospettato è Haisam Sakhan, 41 anni, di professione elettricista e amico di alcuni inquisiti per terrorismo. Anche lui ha lasciato il Nord per rifugiarsi ad Aleppo. Poi, come per gli altri, si sono perse le sue tracce.