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Daniele Frongia, Raffaele Marra e il dossier su De Vito

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«L’avvocato Alessandro Canali, legale dei nostri consiglieri regionali, mi disse di aver appreso che il fatto era stato comunicato dal direttore dell’Ufficio Condoni a Raffaele Marra, che poi a sua volta lo avrebbe detto a Daniele Frongia»: è Roberta Lombardi a mettere a verbale davanti al magistrato la genesi dell’ormai famigerato dossier su Marcello De Vito, indagine archiviata dalla procura di Roma ma di cui oggi sono disponibili i verbali.

Frongia, Marra e il dossier su De Vito

Verbali che raccontano una storia molto interessante, nella quale ci sono molte contraddizioni. Canali, ascoltato dai pubblici ministeri, non ha infatti confermato la versione di Lombardi sul ruolo di Marra ma ha parlato di un dirigente che ha avvertito direttamente Daniele Frongia. Proprio quel Frongia che alle domande dei giornalisti replicava che non era mai esistito alcun dossier sull’avvocato vicino a Roberta Lombardi che doveva essere il candidato sindaco a Roma prima della vicenda che gli è costata la sconfitta alle comunarie del M5S e l’incoronazione di Virginia Raggi, aiutata anche dal ritiro di Frongia dalla competizione.
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Il fascicolo contro ignoti per rivelazione di segreto d’ufficio, aperto sulla base dell’esposto presentato dal senatore di Idea Andrea Augello, è stato nel frattempo archiviato. Ma nel corso delle indagini, i pm di piazzale Clodio hanno sentito come persone informate sui fatti lo stesso De Vito e la deputata grillina Roberta Lombardi. E i loro verbali raccontano come il De Vito-gate abbia offuscato l’immagine dello sfidante di Virginia Raggi alle Comunarie.

Marcello De Vito e il semaforo 

Ma, racconta Repubblica, in quel dossier che Raggi, insieme a Daniele Frongia ed Enrico Stefàno, presentò ai consiglieri municipali 5S durante una riunione nel dicembre 2015, confluirono le “imputazioni” mosse a De Vito, colpevole, secondo loro, di abuso d’ufficio per una richiesta di accesso agli atti all’ufficio condoni del Comune di Roma. Il 19 marzo del 2015 Marcello De Vito  si era avvalso del potere concesso per legge ai consiglieri comunali per ottenere dagli uffici del comune notizie e informazioni riguardo una pratica di sanatoria edilizia su un seminterrato di un cittadino di nome F. B. al quartiere Aurelio. Nel caso di specie, aveva compiuto un accesso agli atti — su richiesta, si chiarirà in seguito, di Paolo Morricone, avvocato del M5S in Regione — per verificare se un presunto condono in un seminterrato della zona Aurelia fosse stato autorizzato dietro il rilascio di una mazzetta.
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Ma secondo l’accusa di Frongia, Stefàno e Raggi dietro la richiesta si sarebbero celati suoi interessi personali. Come riferisce Lombardi, però, De Vito era accusato anche di aver presentato una mozione per chiedere «l’installazione di un semaforo in una zona prossima alla sua abitazione». Non solo. L’ex capogruppo 5S in Campidoglio avrebbe pure omesso di restituire una tessera Metrebus, dopo lo scioglimento del Consiglio, e avrebbe denunciato in ritardo un collaboratore del gruppo, Claudio Ortale, poi rinviato a giudizio per truffa. Ma De Vito spiega ai pm di aver denunciato subito il collaboratore e di averlo fatto insieme a Raggi, Frongia e Stefàno, «solo che loro dopo ritirarono la denuncia». Ed è lui a raccontare che la riunione in cui fu chiamato a rispondere di quelle accuse fu convocata «con il deliberato intento di chiedermi di recedere dalla mia candidatura».

Il dossier di Enrico Stefàno e Daniele Frongia contro De Vito

C’è anche altro di curioso nella vicenda. Ad esempio le domande ad Alessandro Canali, avvocato e collaboratore del M5S in Campidoglio, che hanno riguardato anche le ormai famose polizze che Salvatore Romeo avevano intestato alla sindaca Virginia Raggi. Di lì a poco lei stessa sarebbe finita in procura a rispondere a domande su quel tema, ma Canali non disse niente delle domande alla prima cittadina, lasciandole così il piacere della sorpresa.
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«Sono all’oscuro di questa vicenda, ma posso dire è una pratica assolutamente contraria a qualsivoglia prassi del Movimento», dice al pm Francesco Dall’Olio l’avvocato Canali il 30 gennaio 2017. Anche questa storia finirà archiviata. I veleni nel M5S romano, invece, non si archiviano mai.