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Coronavirus: la mascherina serve davvero a combattere il contagio?

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Ieri e oggi ha fatto il giro del web la foto della mascherina da indossare sulla bocca e sul naso come prevenzione per il Coronavirus 2019-nCov. Questo perché molte di quelle vendute in Italia sono prodotte a Wuhan, ovvero proprio nella città cinese dove è stata segnalata per la prima volta l’influenza. Ma la mascherina serve davvero a combattere il contagio? Il Corriere della Sera pubblica oggi una serie di domande e risposte sullo strumento:

L’uso della mascherina è efficace per combattere il contagio?
L’impiego non professionale della mascherina non rientra tra le raccomandazioni dell’Oms e del ministero della Salute italiano che ha pubblicato le regole per la migliore protezione dai virus respiratori sul sito www.ministerosalute.it e risponde ai cittadini che chiamano il numero verde 1500.  Altre precauzioni sono invece considerate prioritarie e fra queste la corretta pulizia delle mani. Vanno lavate spesso con acqua calda insaponandole con i prodotti comuni per almeno 20 secondi da ambedue le parti. In alternativa vanno bene i liquidi disinfettanti venduti in flaconi.

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Quindi è inutile indossare le mascherine?
Perché la mascherina sia una barriera efficace dovremmo essere sicuri di indossarla correttamente tenendo a mente certe regole: evitare di portare le mani sul viso, gesto che ripetiamo una media di 23 volte all’ora, non abbassarla quando rispondiamo al telefono, calzarla bene in modo che ricopra interamente bocca, mento e naso, fare in modo che resti aderente al viso.

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Coronavirus 2019-nCov: i sintomi e il contagio (Il Messaggero, 31 gennaio 2020)

Quando è stata utilizzata per la prima volta la mascherina?
È stata usata per la prima volta durante la Spagnola, la pandemia influenzale del 1918. In molte città americane venne resa obbligatoria per forze dell’ordine, impiegati di banca, bigliettai dell’autobus e per tutti gli addetti ai servizi pubblici.

Spiega oggi Repubblica che la velocità di contagio del nuovo coronavirus è alta, ed è stata calcolata dai ricercatori cinesi del Center for Disease Control e dai medici impegnati in prima linea. Sul New England Journal of Medicine è apparsa la mappa dei primi 425 contagi nell’area di Wuhan. L’epicentro dell’epidemia è al momento in — relativo — equilibrio. I nuovi casi non sono più legati al famigerato mercato degli animali vivi in città. Ma nei primi giorni dell’emergenza, quando ancora non erano stati imposti limiti alla libertà di movimento, il coronavirus ha fatto in tempo ad uscire da Wuhan e colonizzare altre province. E sono questi focolai secondari, ad alimentare la mole dei nuovi contagi. Facendoli raddoppiare in media ogni 7.4 giorni.

Ogni malato finora ha infettato altre 2,2 persone. Questi numeri, chiedono con urgenza i medici cinesi, «richiedono uno sforzo considerevole per controllare la trasmissione del virus nelle zone a rischio». La Sars arrivava a un tasso di contagiosità più alto, intorno a 3. Ma provocava anche sintomi più gravi e difficilmente un malato sfuggiva al ricovero in ospedale. Il nuovo coronavirus da questo punto di vista è più subdolo. Confondendosi nei casi più lievi con la normale influenza di stagione, fa sì che molte persone contagiose proseguano la loro vita di tutti i giorni.

I tempi di reazione di fronte alla nuova epidemia non sono stati abbastanza rapidi da evitare i focolai al di fuori di Wuhan. Ma di certo la lezione della Sars è servita. Allora — era il 2003 — ci vollero 4 mesi solo per rendersi conto dell’emergenza e isolare il virus. A dicembre i medici che in ospedale hanno dovuto gestire i primi pazienti si sono invece ritrovati in mano un questionario dal titolo “polmonite di origine incerta”.

Era stato preparato in vista di una nuova epidemia. Andava riempito con i dati dei pazienti e con le interviste ai familiari sui comportamenti adottati nelle ultime settimane: luoghi visitati, persone incontrati, animali con cui si è entrati in contatto. In questo modo è stato possibile risalire al mercato di Wuhan come sorgente iniziale dell’epidemia. Fra le persone contagiate a dicembre, il 55% aveva frequentato i banchi in cui si vendevano tra l’altro animali selvatici vivi.

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