Attualità

Brexit: cosa succede se la Gran Bretagna esce dall'UE

alternative text

Enrico Franceschini su Repubblica di oggi torna sul Brexit, ovvero sulle spinte a uscire dall’Unione Europea che oggi sono al centro del dibattito politico in Gran Bretagna. Nel gennaio 2013 il premier David Cameron ha promesso per il 2017 un referendum per decidere se la Gran Bretagna dovrà continuare ad essere membro dell’Unione europea. Sia i laburisti che i libdem sono contrari alla consultazione popolare, affermando che l’unico scopo di Cameron è contrastare l’ascesa del partito euroscettico dell’Ukip.
 
BREXIT: COSA SUCCEDE SE LA GRAN BRETAGNA ESCE DALL’UE
L’opinione pubblica britannica è spaccata in due: secondo i sondaggi più recenti il 41% è per il divorzio dall’Unione europea, il 40% vuole rimanere, il 18% è indeciso. Repubblica elenca le conseguenze possibili di una uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea:

L’IRLANDA del Nord indice un referendum per la secessione, lascia la Gran Bretagn ae si ricongiunge alla repubblica irlandese. La Scozia organizza un secondo referendum per l’indipendenza, questa volta stravincono i sì e diventa una nazione sovrana. Il Regno Unito si rimpicciolisce in una Little England fatta soltanto di Inghilterra e Galles. Le grandi banche trasferiscono la sede da Londra a Francoforte e Ginevra, con un esodo che priva la City di migliaia di posti di lavoro. A causa delle tariffe doganali che è ora costretta a pagare sul 53 per cento delle sue esportazioni destinate al di là della Manica, l’economia britannica entra in recessione. Per non pagareil dazio, investitori stranieri come Toyota e Nissan spostano le fabbriche sul continente. Due milioni di cittadini dell’Unione europea sono costretti a chiedere un visto e un permesso di residenza per continuar ea vivere e lavorare in Inghilterra, quelli che non l’ottengono vengono caricati su navi davanti alle bianche scogliere di Dover e rimpatriati forzatamente verso la nazione di provenienza. Due milioni di ingles irischiano di perdere il diritto di vivere e lavorare in Europa. Privato del sostegno della sua tradizionale roccaforte scozzese, il partito laburista non vince più un’elezione ed è condannato all’opposizione perpetua. Intanto l’Ukip, il partito populista anti-europeo, sbaraglia i conservatori alle urne e il suo carismatico leader Nigel Farage entra a Downing Street come nuovo primo ministro.

Un gioco di fantapolitica? Per quanto riguarda le conseguenze elettorali, non proprio. Ma soprattutto, l’opzione comincia ad essere ormai stabilmente sul tavolo soprattutto perché la battaglia tra conservatori e Ukip vede sempre più spesso prevalere questi ultimi. Sia nelle elezioni suppletive che nei sondaggi l’Ukip diventa sempre più potente. Anche se Cameron per reazione ha cominciato la guerra all’Unione per la storia dei fondi in più da assegnare al bilancio europeo a causa della maggiore crescita della Gran Bretagna, e continua con l’obiettivo di escludere dal Welfare del Regno Unito anche i cittadini comunitari.
 
IL PROBLEMA ECONOMICO
Ma dei rischi economici ad occhio non sembra preoccuparsi nessuno. O meglio, i pareri sono discordi e c’è chi fa anche notare che un’uscita non sarebbe un dramma:

Dati alla mano, la Confindustria britannica sottolinea che stare nella Ue aggiunge tra i 62 e i 78 miliardi di sterline all’economia del Regno Unito: andarsene,afferma in coro il grande business, sarebbe un disastro.Charles Grant, direttore del Center for European Reform, centro studi moderatamente pro-europeo, sostiene che la verità sta in mezzo: una Gran Bretagna fuori dall’Europa non sarebbe una tragedia,come dicono i pessimisti, e nemmeno il bengodi promesso dagli ottimisti. «Ma il fatto è chela questione dei pro e dei controgeopolitici ed economici è troppocomplicata», sostiene l’economistaLarry Elliott sul Guardian.«L’uomo della strada,quando verrà il momento di decidere,deciderà con la pancia,d’istinto, non con la testa».