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L'ultimo depistaggio su Giulio Regeni

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Una rapina senza denaro, una tortura senza torturatori, cinque accusati morti e quindi incapaci di difendersi e tanti oggetti ritrovati che non sono di proprietà del ricercatore italiano. Una versione di comodo sul caso di Giulio Regeni. La banda criminale che lo ha ucciso, secondo il ministero egiziano, era “specializzata nel camuffarsi da agenti di polizia e sequestrare stranieri per rapinarli”: a detta del dicastero, avrebbe colpito almeno nove volte e il suo leader, Tarek Saad Abdel Fatah, 52 anni, un pregiudicato con condanna a quattro anni di reclusione, aveva un documento di riconoscimento falso che lo qualificava come uomo dei servizi di sicurezza egiziani con tanto di attestato di emissione dello stesso ministero. “Tutti” i cinque componenti del gruppo, tra cui suo figlio Saad di 26, sono morti nello scontro a fuoco avvenuto giovedì mattina alla periferia est del Cairo. La sorella di Tarek, sempre secondo il ministero, sapeva delle attività del fratello e gli nascondeva la refurtiva. In casa sua, è la versione del Cairo, sono stati trovati gli oggetti di Regeni. Fonti della procura hanno sostenuto che in un interrogatorio la sorella e la moglie di Tarek hanno confessato che la banda ha ucciso Regeni perché si è ribellato alla rapina.

L’ultimo depistaggio su Giulio Regeni

Inutile dire che la storia non sembra reggere nemmeno alle valutazioni di senso comune. Ad esempio, quella sul movente della rapina: Regeni non aveva soldi con sé né ha utilizzato il bancomat con 800 euro che sono rimasti lì dal giorno della sua scomparsa. A casa c’era il computer di Giulio, che non lo aveva portato con sé il giorno in cui è uscito. Poi c’è il problema dell’autopsia, come sottolinea oggi Giuliano Foschini su Repubblica:

Ma l’autopsia italiana non lascia spazi ai dubbi: Giulio è morto almeno sette giorni dopo la sua scomparsa. Non solo. Il suo corpo mostra segni incontrovertibili delle torture: sono circa 20 le fratture in tutto il corpo, soprattutto alle gambe e alle braccia; ci sono segni di bruciatura all’altezza della scapola sinistra, tagli che sembrano essere stati fatti a distanza di giorni, nessuna lesione interna a conferma che chi picchiava era un professionista. Così come da boia era la manovra che ha portato alla frattura della vertebra cervicale, che ha causato la morte di Giulio. Per una reazione scomposta a una rapina si può ridurre in questa maniera un ragazzo?

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In più: non è suo quel borsone con lo stemma dell’Italia, non sono suoi i telefonini e gli occhiali da sole. Non è suo l’hashish: come dimostrano gli esami tossicologici, Regeni non fumava. e ancora:

Se è stata una rapina, e dunque un caso, chi erano quei poliziotti che a dicembre sono stati nel palazzo di Giulio per chiedere documenti? E chi era quell’agente della National security army che il giorno prima che il ricercatore sparisse aveva chiesto di lui ad amici e conoscenti? Lo stesso che poi tornerà a fare le stesse domande dopo la scomparsa? Tarek Saad Abdel Fatah, il capo della banda assassinata, al quale hanno trovato il falso tesserino, aveva 52 anni. Mentre due diverse fonti dicono a Repubblica che chi cercava Giulio era «un giovane agente». E, poi, se così fosse, perché tornare a casa dopo il «rapimento a scopo di rapina» e non prendere il pc portatile, il bene più prezioso? Infine, ma non per ultimo: chi era la ragazza che ha fotografato Giulio nell’assemblea sindacale il 13 dicembre? Un’innamorata o un’infiltrata degli apparati di sicurezza?

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Una storia che non sta in piedi

L’Italia nella vicenda della morte in Egitto di Giulio Regeni non si accontenterà di niente di meno della verità, di tutta la verità, fanno sapere fonti di Palazzo Chigi esprimendo, in aggiunta, sostegno e apprezzamento per lavoro di indagine svolto dal procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone. Le stesse fonti confermano come siano continui e diretti i contatti tra il presidente del Consiglio Matteo Renzi e la famiglia Regeni.  Scrive oggi il Corriere che c’è chi ha l’impressione che la Procura stia frenando su alcune delle teorie presentate dalla polizia. Per esempio, quando nelle scorse settimane i media hanno sostenuto che Giulio fosse gay e avesse litigato con un amico italiano, un ingegnere si fece avanti dichiarando di aver assistito per strada a quell’alterco, ma la procura smentì la testimonianza (e l’uomo stesso alla fine ha confessato di aver mentito «per aiutare il mio Paese»). Per di più, sulla nuova versione egiziana non c’è accordo nemmeno all’interno della polizia: il ministero dice che la borsa rossa sarebbe stata ritrovata a casa della sorella del capobanda, mentre il capo della polizia locale, il generale Said Shalady, afferma che è stata rinvenuta in un’auto. Mentre la ricostruzione della messinscena autorizza a continuare a lavorare sulle piste alternative, quelle che coinvolgono il governo egiziano:

Tutto si muove attorno alla reale identità di questi cinque balordi. E a quel tesserino da falso agente: potrebbe essere, com’è assai probabile, soltanto un depistaggio. Ma anche altro. I servizi egiziani usano, questa è da tempo la denuncia delle Ong e degli attivisti politici, squadracce abusive per i lavori sporchi. Giulio non è scomparso in un giorno qualsiasi: era l’anniversario della rivolta di piazza Tahrir. Il governo aveva imposto il coprifuoco. Uno studente italiano, comunista, amico dei sindacato tanto da aver proposto loro un finanziamento (poi sfumato) rappresentava, in una giornata come quella, il perfetto nemico del regime. Il 25 gennaio non avrebbero mai potuto circolare bande di rapinatori, troppa polizia. Ma squadracce pronte a impedire manifestazioni sì. Che quella sparatoria di mercoledì possa aver messo a tacere una verità indicibile è soltanto, oggi, una suggestione. In una storia, d’altronde, che però non ha ancora alcuna verità.