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I soldi che il governo rivuole dai terremotati de L'Aquila

Il governo chiede indietro i soldi ai terremotati. Detta così sembra un’operazione di crudeltà inenarrabile ma la storia che c’è dietro serve a spiegare meglio come vanno le cose dalle nostre parti. Per il terremoto dell’Aquila, che uccise 309 persone, un processo in primo grado stabilì responsabilità in capo alla commissione grandi rischi il 22 ottobre 2012: il giudice condannò i suoi componenti a sei anni di reclusione per omicidio colposo e lesioni colpose plurime, «per aver fornito alle vittime informazioni erroneamente rassicuranti, così inducendole a rimanere in casa la notte tra il 5 e il 6 aprile 2009».

I soldi che il governo rivuole dai terremotati

Quella sentenza stabilì una provvisionale a favore di 93 parti civili con somme dagli 80 ai 200mila euro in base al grado di parentela per otto milioni totali. Quella sentenza fu commentata con indignazione dentro e fuori l’Italia, dove si parlò di “processo alla scienza”. Ma soprattutto, venne riformata in appello. Il 10 novembre del 2014 la Corte assolse sei dei sette imputati e rideterminò la pena per De Bernardinis a due anni di reclusione, considerandolo colpevole (colposamente) solo della morte di una parte delle vittime.

terremotati risarcimenti
Il sisma de L’Aquila (Il Messaggero, 8 maggio 2017)

La sentenza d’appello però non revocò le provvisionali. Ma fu il capo della Protezione Civile Franco Gabrielli a inviare una diffida a chi le aveva percepite avvertendo che lo Stato era pronto a chiedere i soldi indietro. Poi la Cassazione ha confermato l’ultima sentenza e così sono scattate le richieste.

La battaglia legale

A quel punto è cominciata la battaglia legale. Che si fonda sulla condanna di Guido De Bernardinis, l’unica confermata, ma per 20 vittime quest’ultimo è stato giudicato non colpevole con formula dubitativa, ovvero per insufficienza di prove. E, racconta il Messaggero, che si fonda sulla respinta delle richieste dello Stato:

 «Lo fece per evitare anche i termini di prescrizione – spiega l’avvocato Wania Della Vigna, rappresentante di alcune parti civili–. A quelle citazioni abbiamo risposto facendo a nostra volta una lettera dimessa in mora dicendo che avremmo trattenuto quelle somme non indebitamente, ma ritenendo la sussistenza di prove utilizzabili nel processo civile in grado di di mostrare il nesso causale tra le rassicurazioni e le morti». Soldi, insomma, che resteranno al momento nelle tasche dei familiari «a titolo di acconto sulla maggior somma ancora dovuta a soddisfacimento del diritto risarcitorio», come si legge nella risposta inviata a Presidenza del Consiglio e Protezione civile lo scorso 5 settembre.


Si profila una nuova ulteriore battaglia legale: lo Stato tira dritto, citando a giudizio il 24 luglio prossimo le parti civili e chiedendo di «accertare, riconoscere e dichiarare quelle somme prive di giustificazione causale».