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Sandro De Simone e Massimo Liberati: i due pescatori italiani arrestati nel Gambia

Due pescatori italiani sono in carcere in Gambia da due settimane dopo che il peschereccio sul quale lavoravano è stato messo sotto sequestro per la presunta violazione delle norme sulla pesca. Si tratta del capitano dell’imbarcazione, Sandro De Simone, e del responsabile macchine Massimo Liberati. I due si trovavano a bordo di un peschereccio Idra Q. della società Italfish di Martinsicuro
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I DUE PESCATORI ITALIANI ARRESTATI NEL GAMBIA
Domenico Fornara, vice ambasciatore d’Italia a Dakar (Senegal), responsabile per il Gambia, sarà domani a Banjul per visitare in carcere Si due pescatori italiani arrestati dopo il sequestro della nave sulla quale erano imbarcati per la presunta violazione delle dimensioni delle maglie di una rete. Lo si è appreso da fonti diplomatiche. Appena informata della vicenda dei due connazionali, condannati ad un mese di detenzione ed al pagamento di una multa, l’Ambasciata italiana in Senegal si è subito attivata per fornire loro assistenza interessando del caso il ministero degli Esteri del Gambia al fine di trovare una soluzione positiva in tempi brevi. Si è appreso inoltre che il Console onorario a Banjul ha visitato in carcere i due pescatori il 5 ed il 6 marzo. Un articolo di Redattore Sociale ha raccontato la vicenda con le parole di Massimo Sabato, responsabile di Italfish:

L’arresto sarebbe arrivato dopo dieci giorni di processo a causa di dimensioni non regolari delle reti di pesca: “I militari gambiani hanno fatto un’ispezione a bordo della nostra nave, la motopesca Idra, e hanno contestato le dimensioni delle maglie di 68,8 millimetri, che invece dovrebbero essere di 70 millimetri. Le ispezioni sono state fatte con un righello ma, in ogni caso – aggiunge Sabato – è assolutamente normale che le reti col tempo e con l’usura possano restringersi.
La rete non era in uso e la minima differenza (appena un millimetro) è assolutamente nella tolleranza poiché la rete non è uno strumento di precisione ed è soggetta a usura e lievi alterazioni per l’uso praticato e difficilmente determinabile con gli strumenti usati. Mi sembra paradossale che un millimetro possa comportare un arresto”.

I due pescatori italiani rinchiusi in carcere in Gambia “sono senza cibo da lunedì. Non abbiamo modo di parlarci, non sappiamo neanche se siano ancora vivi e temiamo per ciò che potrebbe accadere andando avanti così”.
L’APPELLO A RENZI
Nei giorni scorsi era arrivato l’appello di Gianna De simone, moglie di Sandro, a Matteo Renzi: «Ogni giorno in più in quel carcere è un giorno di vita in meno. Mio marito rischia di morire, quel posto è come un lager: sono senza servizi igienici e senza cibo, neanche l’assassino più feroce viene trattato così. Sto male solo all’idea che lui stia subendo queste cose da tanti giorni. Chiediamo l’aiuto di Renzi e del ministro degli Esteri, affinché intervengano. Non sto vivendo più, io e i nostri figli non sappiamo più cosa fare. Siamo qui ad attendere – ha detto in lacrime la donna – Mio marito non ha ucciso nessuno. Non è possibile pensare che nel 2015 le persone vengano trattate in questo modo. In quel carcere non hanno la minima idea di cosa siano i diritti umani. Lì dentro, in quelle condizioni, lui rischia la vita. Se muore nessuno me lo ridarà. Vorrei che non passasse neanche un giorno di più in quel posto. Lanciamo un appello a chiunque possa fare qualcosa, affinché intervenga». La donna, dalla sua abitazione di Silvi, ha ripercorso anche i suoi ultimi contatti con il marito. «Domenica l’ho sentito per telefono, quando era ancora in stato di fermo, e mi aveva detto che il giorno dopo si sarebbe risolto tutto, che avrebbero pagato una multa e la vicenda si sarebbe chiusa. Era tranquillo. Lunedì, verso le 14, mi ha mandato un sms in cui c’era scritto ‘non si è risolto nulla, ti chiamo appena posso’. Ho provato a contattarlo, ma non ho avuto risposta, fino a quando l’armatore mi ha detto che erano stati arrestati. Da quel momento non l’ho più sentito».
Foto da: Facebook via Crimeblog