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Romolo Capranica di Amatrice: la scuola antisismica che si è sbriciolata

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Nel 2002, in seguito al terremoto in Molise che provocò il crollo della scuola a San Giuliano di Puglia e la morte di 27 bambini, fu promossa la mappatura della pericolosità sismica del territorio e degli edifici pubblici. La normativa sismica, ossia l’insieme di regole di costruzione che si applicano ai comuni classificati come sismici e alla zonazione sismica (ossia le liste dei comuni cui si applicano le norme) è stata definita dopo le modifiche introdotte con due ordinanze, del 2003 del 2006. Solo alla fine del 2009, però, dopo i crolli disastrosi provocati dal terremoto dell’Aquila, la mappa è diventata operativa. La legge per gli edifici sicuri riguarda l’edilizia nuova e non la pregressa, che ha bisogno di opere di adeguamento.

Romolo Capranica di Amatrice: la scuola antisismica che si è sbriciolata

Ma questo non è servito alla scuola Romolo Capranica di Amatrice: ristrutturata e inaugurata nel 2012, anche grazie ai fondi post sisma del 2009, è crollata insieme con il resto del paese più vecchio. Eppure avrebbe dovuto avere quelle stesse caratteristiche che hanno permesso ad alcuni palazzi, in città, di restare ancora in piedi. Perché è successo? Non poteva essere altrimenti, troppo forte la scossa, o c’è stato qualcosa di sbagliato nei lavori?

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La strategia antiterremoto (Corriere della Sera, 25 agosto 2016)

Ma ciò che colpisce di più è l’ammontare clamoroso di fondi stanziati e poi non spesi o dirottati altrove, che negli anni hanno provocato il ritardo degli adeguamenti antisismici in zona. Ne parla oggi Repubblica:

Per dire: ad Amatrice è crollato anche il Municipio, per il quale negli anni scorsi erano stati messi a disposizione dalla Provincia fondi per l’adeguamento sismico che poi, invece, erano stati dirottati altrove. Mentre non risultano mai impegnati i due milioni di euro che dovevano servire alla manutenzione dell’ospedale che è stato evacuato. Il caso più clamoroso riguarda però i fondi messi a disposizione per l’edilizia privata. Dopo il terremoto dell’Aquila, la Protezione civile ha stanziato 965 milioni per la prevenzione del rischio sismico. Dati dei coefficienti precisi, le singole Regioni avevano il compito di indicare i Comuni particolarmente a rischio, affinché fossero loro destinati fondi per la messa in sicurezza di edifici sia pubblici che privati.
Come accade sempre in tragedie di questo tipo, e come è accaduto anche martedì notte, a crollare sono i centri storici. Per questo lo Stato aveva deciso di sovvenzionare le ristrutturazioni, partecipando dai 100 ai 200 euro al metro quadrato, fino a 40mila euro complessivi. Il piano è stato un flop, nonostante i soldi a disposizione, tanto che Protezione civile e Anci hanno insediato nei mesi scorsi un tavolo tecnico per cercare di rendere più fluida la rendicontazione e l’impegno delle spese. Non fosse altro perché la misura scade a fine anno.

Il problema è che, nonostante gli sportelli fossero comunali, erano poi le Regioni a gestire l’assegnazione dei fondi:

Un meccanismo complicato, tanto che in pochi hanno partecipato e chi lo ha fatto, nel 70 per cento dei casi, non ne aveva diritto o ha sbagliato a compilare la domanda. Nel Lazio, dove i Comuni di Amatrice e Accumoli avrebbero dovuto fare incetta di fondi, avendo coefficienti di rischio altissimi, i 4 milioni di euro messi a disposizione nel 2014 e nel 2015 per l’edilizia privata sono bloccati. Nemmeno un euro è stato assegnato. Per i 2 milioni 721mila euro del 2013, invece, sono arrivate 1.342 domande: quelle accettate sono state appena 191.
Nelle Marche, dove Arquata è in “fascia B”, la situazione non cambia molto: il primo anno, nel 2011, delle 106 richieste formulate dai cittadini ne sono state dichiarate finanziabili 21. Nel 2013, a fronte di 3 ,1 milioni sul piatto, ne sono state accettate 114 su 225. «Ma non possiamo nemmeno dire quanti soldi siano poi realmente stati spesi — spiegano dalla Protezione civile — Perché a causa di questo meccanismo farraginoso, spesso non vengono nemmeno utilizzati da chi ne ha diritto. Preferiscono lasciare le case così come sono». Marzapane, o poco più.

Eppure il terremoto che ha colpito l’Italia centrale “ricade in una zona già inserita nella Mappa sismica italiana e nella Mappa, pubblicata a inizi 2003 in Gazzetta Ufficiale, questa zona appenninica era già stata classificata come ad alta pericolosità sismica”, ha spiegato il sismologo e geofisico Enzo Boschi, raggiunto telefonicamente dall’Adnkronos. Boschi, uno dei massimi esperti europei di terremoti ed ex presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), ha sottolineato che “la Mappa sismica italiana risale al 2003 e fu voluta subito dopo il terribile terremoto di San Giuliano di Puglia del 31 ottobre 2002 che uccise 27 bambini e un’insegnante” nel crollo della scuola Francesco Jovine. La Mappa, ha ricordato Boschi, “fu fortemente voluta dall’allora Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta che, all’indomani del terribile terremoto di San Giuliano di Puglia, ci chiamò e ci chiese di pubblicare tutti i dati sul rischio sismico in Italia”. La mappa, continua il geofisico, “fu pubblicata a inizio 2003 in Gazzetta Ufficiale con decreto del Presidente del Consiglio e, nel 2009, divenne legge. Sulla base di questa mappa della sismicità in Italia, cioè, bisognava realizzare interventi di prevenzione antisismica sugli edifici”. Ma poi si è fermato tutto. E oggi ne paghiamo le conseguenze.